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Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “LA SORA CESIRA E LA FELICITA’”

Uno show cominciato moscio e finito gagliardo. Questo potrebbe essere, in mezza riga, il commento sullo spettacolo “Felicità” della Sora Cesira che abbiamo visto la sera del 19.

Finora tutto ciò che sapevamo del personaggio era che non voleva farsi riconoscere, quindi cappelloni, occhialoni, baffi finti. Avevamo visto in giro su facebook brevi clip, in cui, con notevole abilità musicale e tecnica la Sora e i suoi collaboratori, scippati gli audio originali da video di cantanti famosi, li ricantavano con testi satirici, divertenti, qualche volta volgari, spesso in un esilarante inglese de noantri, comunque efficaci. Quando mai, pensavamo, questa Sora Cesira riuscirà a tenere in piedi un intero spettacolo, nel Festival delle Scienze, su un argomento rischioso come la felicità e su un palcoscenico impegnativo come quello della Sala Sinopoli?

Invece siamo rimasti sorpresi e nello stesso tempo preoccupati. Spiega.

Dopo un inizio banalotto, anzi, quasi new age (un vecchio e troppo lungo bianco e nero di Raffaella Carrà, e un discorsetto dal vivo sulla felicità), sono partiti, uno dietro l’altro e sempre azzeccati, gli sberleffi a Vanna Marchi, le baggianate messe in bocca a quel mezzoprete di Battiato, la meritata irriverenza nel filmato sul papa, un “Parole, Parole”, con Mina e Alberto Lupo (che ricordiamo come una delle più melense marchette del passato). Nella versione della Sora, il partner di Mina è un signore con maschera da lupo vero, ma non quello cattivo e neanche Alberto, bensì Ezechiele.

Alla fine la Cesira ha osato abbandonare la satira e si è cantata egregiamente un bel pezzo da sola, senza ridere o voler far ridere. Ottima band e cantante-spalla niente male. Da non dimenticare una platea di fan frenetiche con striscioni e urla da stadio. La forza del web.

Questa è la sorpresa. La preoccupazione: riuscirà ad andare avanti su una formula, quella dello sberleffo, per niente facile da tenere in piedi? Ne dubitiamo, ma vedremo.

 

Primo P.S. A proposito, non di Sora Cesira, ma della felicità. Il neuroscienziato David Linden, in uno dei suoi interventi nel corso del Festival, definisce la felicità come la risposta chimica che gratifica il nostro cervello ogni volta che compiamo azioni piacevoli. E fin qui ci eravamo arrivati. Quello che ci pare audace, ma giusto, è che lui identifichi il massimo della felicità, il suo condensato, nel vizio. Che non è altro, parole sue, che la ricerca reiterata del piacere. Perché tutto ciò che dà piacere, può sviluppare dipendenza. Ineccepibile

 

Secondo P.S. A proposito di piacere, titolo di un articolo in prima pagina su Repubblica del 26 gennaio: “Da Melville a Proust, leggete solo per divertirvi”. Ci è apparso come in un flash il nostro comodino, praticamente occupato per cinquant’anni da due testi: Proust, appunto, e l’Ulisse di Joyce. E sono cinquant’anni che, attanagliati dal senso di colpa tipico di ogni lettore che si rispetti, ci ripromettiamo di affrontarli prima che sia troppo tardi (non perché loro scadano dalla classifica dei classici obbligatori, è perché siamo in scadenza noi).

Nel caso di Proust, la nostra tattica è stata una dignitosa (?) ritirata, dopo aver letto per intero il primo volume. Che è ritornato, un po’ strapazzato, insieme agli altri, vergini, sullo scaffale. Amen, e sensi di colpa accantonati.

Per Joyce abbiamo preferito una furbissima strategia diversiva, tuttora in corso: stiamo leggendo con suprema caparbietà, e altrettanta attenzione un capitolo alla volta, con l’assistenza indispensabile del volumetto (parliamo dell’edizione Oscar Mondadori) di accompagnamento e di guida alla lettura. La furbizia consiste nel trovare un risarcimento alla somma pesantezza dell’Ulisse, andandoci a recuperare di nascosto ogni tanto, anzi spesso, e leggendoli con grande sollievo, i volumetti della nostra collezione completa del Commissario Maigret.

Un po’ come quando, anni fa, ci davano l’olio di fegato di merluzzo, una delle peggiori porcherie dell’infanzia, e poi, giù un bel bicchiere di succo di limone molto zuccherato. Prima la cosa che ti fa bene, poi quella che ti piace.

Per la medicina funzionava. Per la cultura? Mah.

 

 

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

 

 

 

gennaio 28, 2013 - Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | , ,

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