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Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “A VOLTE RITORNANO…”

Cominciamo con il cinema. Lunedì 28 gennaio, all’Associazione Autori Cinematografici si proietta “I delfini” di Citto Maselli, un film di cinquantatre anni fa. E’ una perfida storia di provincia con finale amaro, molto ben scritta e girata. Ma anche datata nella recitazione, nelle teste cotonate delle ragazze, Claudia Cardinale e Antonella Interlenghi, tanto belle quanto cagne, nell’esagerazione antipatica di Tomas Milian, nella liscia inespressività di Sergio Fantoni.

Per noi l’evento nell’evento è la presenza in sala dell’amico Domenico Colarossi, il quale, proprio in quell’epoca fece il botto con il pezzo “What a sky”, inserito nella colonna sonora, e diventò Nico Fidenco. Ci ha raccontato il decollo, immediatamente dopo l’uscita del film, del suo 45 giri, che aveva sul lato A la versione inglese della canzone e sul B quella italiana. E l’atterraggio in cima alla classifica distaccando di un centinaio di migliaia di copie “Banana boat” dell’allora superfamoso Harry Belafonte.

Brivido d’orgoglio, e uno a zero per l’Italia.

E bella sorpresa per lo stesso Citto Maselli, firmatario del testo italiano, che ancora adesso gongola quando ricorda l’assegno arrivatogli dalla SIAE a fine semestre.

 

Passiamo alla musica. Ventiquattrore dopo, martedì 29, alla Sala Petrassi del Parco della Musica, altro appuntamento, sempre con un occhio al passato, e in ballo un altro nome famoso: Domenico Modugno. Spettacolo sponsorizzato dall’Avis e condotto da Gianni Davoli, durante il quale, il Cavalier Serpente se avesse avuto le mani non avrebbe smesso un momento si fregarsele.

Andiamo a cominciare. Annunciati sul comunicato stampa, una sfilza di ben quarantadue eccezionali ospiti d’onore. Presenti, ne abbiamo contati sei in tutto.

Apre la serata un rappresentante dell’Avis e degli altri promotori, che in poche iettatorie battute ci rallegra con storie di cimiteri, cuori che smettono di pulsare e bambini che si spengono lentamente; accompagnato, per la consolazione dei nostri occhi, da Miss Fair Play 2011 in una minigonna, come dire, così artistica che una voce (femminile) dietro di noi non riesce a trattenere un “Troppo fiiiiga, con tutti questi bambini morti!”

In scena abbiamo, oltre a Davoli, una dozzina di musicisti e tre belle coriste, tutti correttamente in nero; e poi un attore in camiciazza bianca, jeans e scarponcini che rappresenterebbe lo sgangherato filo del racconto. Con dialoghi tipo:

Attore: “To’, eccomi qui in cantina. Guarda guarda, un vecchio baule. Cosa ci sarà dentro?”

Davoli, che recita da interlocutore con la stessa verve di un cavolfiore bollito: “Sta a vedere che ci trovi una sveglietta…”

Attore: “Ma guarda, è proprio una sveglietta!”

Davoli canta “La sveglietta”.

E così via per un paio d’ore, lungo tutto il repertorio di Modugno, in un crescendo di alta drammaturgia, accompagnato da audacissime invenzioni coreografiche. Durante l’esecuzione di “Musetto”, una ballerina con maschera da carnevale di Mestre (non di Venezia, eh!) si trascina avanti e indietro sul palco, per finire accasciata sulla spalla di Davoli. Anche “ Lu pisci spada” è impersonato da un mimo, che avremmo preferito vedere arpionato al posto della povera bestia.

Sullo schermo dietro l’orchestra si alternano immagini da vecchio campionario di effetti visivi: cieli con stelline disneyane, nuvole di panna, fiorellini, e simili baggianate. Tutto sul filo di un coerente, attento, rigorosissimo cattivo gusto.

Ciliegina. La canzone di Davoli, dedicata a “Un angelo coi baffi” che sono naturalmente quelli di Modugno, con un furbo testo, praticamente un elenco dei titoli di tutte le sue canzoni, e una musica molto, ma molto patetica.

Non vogliamo esagerare con il massacro, ma all’uscita ci è venuto in mente che forse ci sarebbe piaciuta di più, e sarebbe stata certamente più utile dato il tipo di serata, una bella trasfusione di sangue.

 

 

P.S. Se vogliamo rimanere sul passato che ritorna, tanto vale lasciare un po’ di spazio anche all’architettura. Su Via Parco del Celio, una stradina con vista sul Colosseo riservata ai tram, dove, rischiando un po’, si può anche passeggiare, si affaccia un bell’edificio in stile razionalista appena restaurato. Sulla facciata, una scritta cancellata anni fa sta riaffiorando: Opera Nazionale Balilla. La faccenda curiosa è che la vecchia scritta è coperta da una più nuova, fresca di vernice e perfettamente leggibile (sembra fatta ieri) che dice: Gioventù Italiana del Littorio.

Pensavamo di essere nel 2013. O no?

 

 

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

 

febbraio 4, 2013 - Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | , ,

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