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un sentire, mai sentito, è ascoltarmi (sb)

Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “IN FILA PER LA CAMERA ARDENTE”

Naturalmente, non è che adesso muoia più gente che in qualsiasi altro momento dell’anno, o del secolo, o della storia (epidemie e guerre escluse). Ci colpiscono quelli che se ne vanno in questi giorni perché molti sono della nostra generazione. E allora la faccenda cambia. E’ vero, ognuno di noi si sente, per sua propria irrazionale ma non per questo meno granitica certezza, immortale. Il problema è che questa certezza comincia a essere un po’ meno salda ogni giorno che diamo una scorsa ai necrologi sul giornale, o ci rendiamo conto di quanti spazi vuoti stanno cominciando a riempire la nostra rubrica telefonica.

Di fronte al fatto, i sentimenti tendono a diversificarsi: c’è il dolore e il senso di ingiustizia per la perdita di qualcuno, più o meno forte a seconda del bene che gli si voleva e di quanto improvviso o imprevisto è stato l’evento.  Magari con una piccola ma molto umana rassicurazione (se io sono qui per piangere il tale, vuol dire che non è ancora arrivato il mio turno e posso un attimo riprendere fiato).  

Poi c’è lo stupore, condito con un po’ di risentimento, provocato da quelli, specialmente gli amici, che non ce la fanno, e si tolgono di mezzo da soli. E’ chiaro che per rinunciare all’unica certezza che abbiamo, che è la vita (e naturalmente la sua negazione) bisogna stare davvero male. Eppure non riusciamo a capire come si possa scegliere (ma è una scelta?) di rinunciare a una cosa talmente unica che come sua alternativa nessuno è mai riuscito a offrirci un bel niente di accettabile. “E non veniteci a raccontare che ce n’è un’altra – citiamo ancora una volta il vecchio amico Vinicius de Moraes da una sua canzone degli anni ’80 – perché per crederci avremmo bisogno di un documento ufficiale, certificato, vidimato e firmato: Dio!” (anzi, come lo pronunciava lui con quel suo meraviglioso accento carioca: Gìu!).

E la rabbia? Quella che nasce dal tradimento dell’amico che ti lascia di sua iniziativa, senza salutarti. Questa, e ci è successo di subirla anche recentemente, per noi è una vera carognata, oltre a essere una grande maleducazione. Ma come, decidi di non continuare con noi il viaggio che, lo sappiamo, è unico e a itinerario fisso, e scendi per primo dal treno senza una parola? Eh, no, questa non è amicizia.

Per non parlare del buono o cattivo gusto della messa in scena. Perché il suicidio è una rappresentazione, non c’è dubbio. E qui, appunto, si manifesta l’eleganza del primattore. Noi siamo solidali con quelli che decidono di scomparire davvero, in fondo a un fiume o in un altro continente, rinunciando all’effettaccio, e dimostrando così il loro rispetto per il pubblico. Mentre l’applauso glielo togliamo agli altri, quelli che si fanno trovare appesi a una corda, o squarciati da una fucilata con le frattaglie in giro per il salotto. Sono imprevisti di regia che rovinano lo spettacolo. E di sicuro avvelenano i momenti che ci restano, a noi spettatori sopravvissuti, prima del finale.

Forse è solo la coincidenza anagrafica, forse è l’alta percentuale di colleghi in partenza, certo che ultimamente, oltre ai nomi noti, Jannacci, Califano, Saba, ogni giorno abbiamo dovuto aggiungere qualcuno all’elenco: semplici conoscenti, amici, parenti. Insomma, davvero una bella ressa per il capolinea.

Tutto questo è, come abbiamo detto in principio, assolutamente nella norma. E tutto ci ricorda che la morte esiste e si deve chiamarla con il suo vero doloroso nome. Quello che ci fa calare il rispetto per l’intelligenza dei nostri simili (e parliamo di artisti che dovrebbero comunque essere al di sopra del conformismo) è il linguaggio infantile, a volte bamboleggiante che esce dalla bocca di molti quando si entra in argomento. “E’ mancata” (a cosa?) “E’ scomparso” (dove?) “E’ tornato alla casa del padre” (aveva cambiato indirizzo?) “E’ andato a dirigere l’orchestra degli angeli”… “guardatela, è là che canta sulla terza nuvola a sinistra”… “da lassù ci ascolta e ci protegge”… e via con queste scemenze. Paura, eh?

Mario Monicelli diceva sempre: “Solo gli stronzi muoiono”. Fa ridere, anche se non si capisce fino in fondo cosa volesse significare quel grande vecchio. Ma è una battuta che sdrammatizza, e allora ci va bene comunque.

Perché è proprio sulle cose serie che bisogna scherzare. Tanto, per dirne un’altra: “Sul lungo termine siamo tutti morti”.

 

 

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

 

 

aprile 8, 2013 - Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | ,

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