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Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “TRUCCHI, BANCHETTI E PIAGNISTEI”

Funerale di Gigi Magni, martedì 29 ottobre alla Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Fuori, sotto il portico, ci si saluta nel salotto dei sopravvissuti. “Accidenti, non ci vediamo da tre funerali fa” ci ha detto un amico incontrato sul sagrato. Stranamente pochi i giovani, e anche la generazione di mezzo. Vuol forse dire che Magni non ha seminato allievi o collaboratori? Eppure non era certo una mezza figura, soprattutto per Roma e per i romani, ripetuti protagonisti dei suoi film.

Cerimonia piuttosto pittoresca, con un drappello di vecchi bersaglieri, in borghese ma con cappello piumato (forse un riferimento alla Roma del Papa Re spodestato) e moltissime dichiarazioni di amicizia, tanto è vero che è durata quasi due ore. Con forte rischio di deliqui, data l’età veneranda dei partecipanti. Molte chiome bianche, molte assenti, ma anche molte di quel bel mogano scuro così dichiaratamente fasullo.

Sul tema, nella nostra ingenua frivolezza, ci poniamo da sempre una, anzi due domande. Perché sui capelli maschili la tintura chiara degenera spesso in un rosa Barbie, e quella scura vira sul mogano da mobile coloniale (senza contare quella catramata)? E poi, come mai un uomo coi capelli tinti fa sempre un effetto tra il patetico e il grottesco, mentre una donna no? A quest’ultimo quesito, un amico parrucchiere ci ha fornito una risposta professionale che ci sembra pertinente. “Una donna tinta, dice lui, ci sembra naturale, perché i capelli colorati in cima a un volto truccato fanno parte di un insieme abituale, a volte anche armonioso, mentre la faccia vizza, pallida e senza aiuti cosmetici di un uomo vecchio, sormontata da una chioma innaturale colpisce e stupisce”. Anche i commenti beffardi su un nostro noto leader girano sempre intorno ai capelli finti, al cerone, al lifting…

La stessa sera, qualcosa di tre volte sorprendente all’Oratorio del Gonfalone. Padrona di casa la Fondazione per la Musica Siemens (sì, quella Siemens lì) che festeggia il suo quarantesimo compleanno. Sorpresina: che una ditta elettrotecnica, anche se a quel livello, ci regali musica da quasi mezzo secolo (superfluo dirlo, e si capisce dal nome, la ditta non è italiana). Sorpresa: che il concerto, malgrado si annunciasse tosto (Berio, Rihm, Lutoslawski, Reimann e Britten; pianoforte e due cantanti) alla fine, per l’eccellenza degli esecutori, si sia rivelato addirittura piacevole, oltre che interessante. Sorpresona: che alla fine dell’esecuzione tutto il pubblico sia stato invitato in un sobrio sussurro a scendere per “un piccolo rinfresco” nei sotterranei dell’Oratorio, dove invece ci aspettava una cena che definire sontuosa sarebbe poco. In un antro da inquisizione, profondo ma bene illuminato e confortevole: ottimi antipastini fantasiosi, prosecco ben gelato, tondelli di polenta con melanzane, passato di ceci, arrosti di ogni genere, contorni vari, vini fermi bianchi e rossi, e alla fine una profusione di dolci. Non vorremmo essere criticati per questa lussuriosa scivolata nel peccato di gola, ma dobbiamo ammettere di essere ancora sotto nostalgia gastronomica e con un residuo di acquolina.

Messa solenne a S. Maria dell’Anima, chiesa della nazione tedesca, domenica mattina 3 novembre. Puntuali come soldatini ci presentiamo non per fede ma per arte. Il nostro amico Flavio Colusso, recentemente nominato kapellmeister, canterà, suonerà e dirigerà il coro e il gruppo strumentale di organo, cembalo, tiorba, tre tromboni e un cornetto. Orchestra e coro seguono la messa ed eseguono, intrecciando gli organici, polifonia rinascimentale.

La nostra riflessione, purtroppo obbligata, è: perché dobbiamo andare a una chiesa tedesca per sentire buona musica durante una funzione? Perché nelle chiese di casa nostra l’offerta ai fedeli si limita ai soliti tormentoni di canzoncine accompagnate dalle chitarrine delle suorine e dai chierichetti coi bonghetti? Eppure ci pare che dell’ottima musica sacra non manchi in repertorio.

 Naturalmente, siccome nella vita niente è gratis, in cambio ci siamo sorbiti un ponderoso sermone in tedesco. Del quale non abbiamo capito neanche una parola, ma intanto abbiamo potuto curiosare, notando: A, Una suora, anche lei tedesca, beatamente addormentata. B, La pulizia scrupolosa di marmi, mensole e balaustre. Neanche un grano di polvere, e cera in abbondanza. C, Una illuminazione sapiente che non abbaglia mai l’occhio. D, L’effetto comico del nome dei defunti tedeschi latinizzato. E sulle lapidi un certo numero di errori (di stampa diremmo adesso). Perché si sa, chi componeva gli epitaffi era un erudito, ma gli scalpellini, tutti analfabeti. E, Con incomprensibile simbologia, nel timpano sovrastante la tomba di Federico di Cleves due coccodrilli insidiano un delfino. F, I tre tromboni che furtivamente scompaiono a turno dietro un pilastro per sgocciolare la bava degli strumenti. (Problema costante dei suonatori di ottoni: dove scaricare la condensa, azione piuttosto antiestetica, ma ripetutamente necessaria).

Domenica sera tardi. Avremmo voluto concludere con il concerto di inaugurazione del Festival di Nuova Consonanza, ma non abbiamo lo spazio. Rimandato alla settimana prossima. Invece lo spazio c’è per due parole sulla puntata di stasera di “Sostiene Bollani”. Che meraviglia di garbo, di competenza professionale, di piacevolezza. Bollani è bravo e simpatico, il direttore Lanzillotta è bravo e bello, l’orchestra è scintillante, gli arrangiamenti sontuosi; insomma, un prodotto perfetto. Se non fosse per quella mosca petulante, antipaticuccia, e fastidiosa di Caterina Guzzanti.

P.S. Pettegolezzo on line e sulla stampa: l’Auditorium di Via della Conciliazione (sala privata di proprietà ecclesiastica a Roma) ha rifiutato a Dario Fo la messa in scena di un testo di Franca Rame. Virtuosa indignazione da parte dei tartufi. A noi, al contrario, sembra lo scivolone di un vecchio citrullo (oppure un colpetto furbastro in cerca di pubblicità). Ma come, con tanti spazi laici in giro, e dopo una vita da mangiapreti va a chiedere la sala al Vaticano? Gli hanno detto di no; cosa si aspettava? I piagnistei, proprio non ci sembrano opportuni. Né dignitosi.

***

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

novembre 4, 2013 - Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | ,

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