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Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “THE BURNING ROOM”

14-03-03 - The Burning Room - Centosettantatrè-page-001Venerdì 21 febbraio. E’ morto Gianni Borgna. Camera ardente alla Protomoteca del Campidoglio. Moltissimi i presenti: artisti, autorità, sindaci di Roma, in carica ed ex. Fuori, una giornata scintillante e un panorama da guida turistica: da una parte la piazza del Campidoglio con il Marco Aurelio a cavallo, dall’altra i ruderi del Foro Romano. Questo, se le finestre fossero state aperte. Invece, per rispetto dell’occasione, tutto chiuso da tendoni scuri. Quindi, niente vista e in più temperatura disumana e affollamento claustrofobico.

Prima di scappare fuori per un filo d’aria abbiamo ascoltato discorsi, bisogna dire, piuttosto sobri e anche commossi, con uno svolazzo che non ci saremmo aspettati da Veltroni, al quale è sfuggito un: “Adesso Gianni è lassù che parla con Pasolini per cercare di chiarire il mistero della sua morte”.

Che fifa che mette la nera signora, eh? Perfino un intellettuale laico come si presenta Veltroni non può fare a meno di sparare questa bambinata consolatoria. Proprio non si riesce ad accettare l’idea che la vita finisce con assoluta banalità, casualità e ineluttabilità senza inventarci sopra qualcosa di: (a seconda dei casi, e di chi parla) magico, religioso, favoloso, infantile, rassicurante; mai semplicemente realistico.

Ah, prima di andare, facciamoci un sorrisetto. Il termine “camera ardente” lo abbiamo sentito tradotto in “the burning room” (da cui il nostro titolo) da un cicerone piuttosto scalcinato a un gruppo di altrettanto scalcinati turisti americani che gli chiedevano il perché di quella folla ai piedi della scalinata.

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Sotto casa nostra c’è Francesco, parrucchiere per signora. Personaggio eclettico, ospita ogni tanto a bottega eventi particolari. Martedì 25 da lui, fra specchi e caschi per capelli, c’era Josefa Idem, accompagnata da Pino Strabioli a presentare il suo libro: “Partiamo dalla fine”.

A prescindere dai pregi letterari dell’opera, che non conosciamo, ci siamo trovati di fronte una dignitosa, bella signora, mezza tedesca e mezza italiana, ancora sgomenta e incredula per quello che le era successo. La vicenda, che alcuni certo ricordano verteva su un modesto abuso edilizio, commesso dal suo geometra e da lei prontamente sanato pagando la relativa multa. Il fatto increscioso, anche se minimo, era purtroppo emerso, o forse era stato fatto emergere, subito dopo la sua nomina a ministro delle pari opportunità.

Ebbene, raccontava, la sua metà tedesca le aveva imposto le immediate dimissioni, mentre quella italiana era ancora lì a meravigliarsi di essere l’unico ministro dimissionario di tutta la legislatura, mentre tanti altri continuavano a papparsi la carica senza un minimo di vergogna.

E in più, e questo vale la pena di annotarlo, da atleta abituata a un’attenta amministrazione delle energie, non riusciva a non indignarsi per lo spreco della politica, dove, testuali parole: “Il trenta per cento del tuo potenziale lo dedichi al lavoro, l’altro settanta a guardarti dai colleghi”.

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Mercoledì 26 ai Santi Apostoli, inaugurazione del festival Girolamo Frescobaldi con una cerimonia religiosa e l’accensione sulla sua tomba, che è proprio lì a sinistra dell’altar maggiore, di una lampada dove arde olio offerto dagli organisti e cembalisti italiani, e con un breve concerto del SantiApostoliBrassQuartet, più un piccolo coro. Belle e di sublime noia le sue “Canzoni per sonare a quattro”, in cui il pastoso insieme degli strumenti si mescola benissimo alle voci umane, e si spande arricchendosi nelle infinite riverberazioni rilanciate dalle volte della chiesa.

Che è magnificamente ricca, e grande, e splendente di innumerevoli lampadari, il cui scintillio si riflette nei marmi delle pareti e in quelli del pavimento. E nelle quattro piccole pozzanghere della condensa di trombe e tromboni che goccia a goccia si sono andate formando, anche un po’ ambigue, fra i piedi dei quattro suonatori.

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Museo dell’Alto Medioevo, all’Eur. Si parla di chiuderlo perché costa troppo e non rende niente. Ineccepibile, se si trattasse dell’investimento di un capitale privato. Ci siamo stati recentemente. Spazi immensi, architettura fascista, ma quella bella, monumentale. Marmi e scaloni, soffitti vertiginosi e grandi finestre sul verde. Vuoto.

Nelle due ore che abbiamo girato intorno alla sorprendente ricostruzione della domus di Porta Marina a Ostia: un bulimico fulgore di marmi e intarsi, non abbiamo incontrato un’anima. I custodi, più numerosi dei visitatori (ovvio, dopo quello che abbiamo detto) chiacchieravano fra loro e giocavano coi bambini portati da casa.

Certo, sarà antieconomico, però, in primo luogo è un investimento pubblico, e poi basterebbe un minimo di intelligente pubblicità per far sapere a tutti che lì c’è più roba, non diciamo del Louvre, ma, per esempio, del Getty Museum, molto più famoso e molto più frequentato.

(Foto del Cavalier Serpente)

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

marzo 3, 2014 - Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | ,

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