bumbi Media Press

un sentire, mai sentito, è ascoltarmi (sb)

MICHELE ABATANTUONO – L’Intervista di Emilia Filocamo

Ho un ricordo nitido di Ravello:  una sera di festa in una villa con una terrazza che dava sul mare. In esclusiva a Ravello magazine Michele Abatantuono, sceneggiatore della serie di successo Le Tre Rose di Eva, racconta segreti e genesi dei personaggi  e,  per gioco,  abbozza un’ipotesi di serie da ambientare proprio a Ravello.

Una “ scuola” può essere tutta concentrata in una stanza, essere senza lavagna, con una sola sedia ed un solo allievo, perfino con un maestro invisibile, nel senso visivo, ma non contenutistico. Una “ lezione” può essere senza libri e senza colleghi che ascoltano le stesse parole in quello stesso momento. Imparare è sempre un privilegio, ma a volte anche una sorta di inspiegabile, prodigioso regalo che viene offerto all’improvviso per un concatenarsi di coincidenze, di occasioni, di persone che fanno generosamente da tramite e  di orari che combaciano. Quando raggiungo al telefono lo sceneggiatore Michele Abatantuono, il cui nome risuona sulla bocca di affezionati telespettatori, cast e registi grazie allo straordinario successo di Le Tre Rose di Eva, di cui è autore, è un mercoledì pomeriggio, e sono le 18,00.

Orario insolito per “ entrare in classe”, per sedersi e predisporsi all’apprendimento, per non distogliere l’udito in questo caso e non gli occhi, da ciò che arriva e viene insegnato.  La magia, il miracolo della macchina da presa e di come sia capace di fare da vaso comunicante fra attore/ personaggio e spettatore, viene spezzettato, franto in tante piccole porzioni, la principale delle quali è appunto la sceneggiatura, la storia che si dipana per estro, fantasia ed intuizione di un creatore, e tutto si tramuta, appunto, in una lezione a cui prendo parte senza aver mai compilato alcun modulo d’iscrizionw. Posso solo ascoltare, ogni tanto infilare le mie domande e sperare che siano degne delle risposte incredibili che ricevo, ed imparare, mettere da parte. E le lezioni sono fatte anche di ipse dixit che  non farò in tempo ad annotare tutte correttamente ma che, come in ogni bella lezione che si rispetti, saranno poi garantite nella loro autenticità e perfezione  dall’aiuto di Michele Abatantuono.

AULA 2

Signor Abatantuono, come è nata l’ispirazione per scrivere il soggetto, la trama, la sceneggiatura di una serie di successo quale le Tre Rose di Eva? L’incipit di tutto quale è stato?
In realtà c’è un duplice inizio. Da un lato un’idea nata ben 40 episodi fa con Paolo Ghirelli e Gerardo Fontana, autori del concept de Le Tre Rose di Eva. L’idea di concepire un luogo edenico, un casale immerso fra i vigneti, è nata in estate, ad agosto, mentre guardavamo un luogo di Roma, quindi non fra le vigne sul Lungotevere. Ci colpì una casupola di legno, una vecchia casupola vicina all’isola Tiberina  che guardava un circolo romano di prestigio. Questo contesto ci ha subito fatto pensare ad una storia di contrasti ambientata nel mondo vinicolo, che poi è tanto legato all’Italia, e quasi ad una immagine da western, con tre sorelle che vivono  in un casale ed affrontano un mondo prevalentemente maschile, dunque una storia anche destinale, e di amore fra padri e figli, fra generazioni. D’altronde, i due personaggi principali, Alessandro ed Aurora, si innamorano ma i loro genitori hanno già conosciuto l’amore precedentemente, proprio come loro, e sono costretti a confrontarsi con questo retaggio, con questa eredità di amore e con un lascito di ombre e di misteri. Accanto a questo elemento, che è il principio mitopoietico delle Tre Rose di Eva, per pregresse esperienze di sfide produttive, tenendo ben presente  il carattere produttivo oltre al carattere d’opera,  sapevamo che Tre Rose doveva nascere come modello, come format produttivo con una serie di parametri nuovi, con un universo narrativo preciso ed un modo altrettanto preciso per realizzarlo,  ma con un cambiamento di sistema per i costi. Le Tre Rose di Eva è infatti un esperimento riuscito di low budget, visto che costa tanto meno di molte altre serie. Questa  è la doppia genesi del tutto.

Esiste una sorta di ” formula” per la stesura di una sceneggiatura valida? Quali sono gli elementi imprescindibili per ottenere ottimi risultati?
In realtà ogni racconto ha un valore se è empatico,  e su questo principio si fonda tutta l’area di interesse della narratologia. Quando si parla di strumenti, io cito sempre quanto diceva Dino Risi che,  parlando delle “ammucchiate” di sceneggiatori (e non) nelle “camere della serva” (le prime writers’ room del nostro dopoguerra…) che lasciarono poi spazio alla “coppia” (“che ereditò, razionalizzandolo, il carattere collettivo della costruzione della sceneggiatura”) elenca alcune caratteristiche che si sommarono integrandosi nelle coppie (Age e Scarpelli, Benvenuti-De Bernardi, ecc.): “C’è il comico e lo scrittore, il gagman e quello che è invece il costruttore, quello che dialoga e quello che vede”.  Questo per dire che la sceneggiatura è un insieme di competenze, non è soltanto ispirazione, ma anche tanta fatica. Come dicono gli americani, 1% ispiration and 99% traspiration, cioè l’uno per cento è ispirazione, ma tutta la parte restante è sudore, fatica, sacrificio. Come ci ha ricordato Damon Lindelof, co-creator e show-runner di Lost, commentando la puntata conclusiva della serie Breaking Bad, quando una storia funziona… “non riguarda più i suoi personaggi, ma coloro che la guardano. Riguarda noi. In altre parole, migliore è lo show, più a fondo ti costringe a guardare. Domenica sera, ho guardato a lungo in me stesso”.

Quando riusciamo a conoscere il mondo e anche noi stessi attraverso l’esperienza del racconto, allora c’è un buon prodotto. Nel caso delle Tre Rose di Eva, c’è un segreto secondo me fondamentale, e cioè la posta in gioco è una questione identitaria, quando cioè ogni episodio ha una rivelazione sull’identità del protagonista e lo spettatore prova piacere ad entrare e stare nella storia. Così questo è un elemento che segretamente lavora ed opera bene nella struttura della sceneggiatura di Le Tre Rose di Eva. Ma per questo devo ringraziare anche il reparto editoriale di Mediaset con Luigi Forlai e Federica Caruso, Le Tre Rose ha un’ingegneria unica, che spazia dal melò al thriller con contaminazioni che fanno leva sull’imprevedibilità. C’è il piacere di essere spiazzato nello spettatore, andando contro ogni aspettativa, per questo gli spettatori si affezionano, si cerca di non perdere nemmeno un istante. Anzi, il dato tecnico è che il pubblico ha una permanenza alta su Le Tre Rose proprio per non perdersi nulla.

Quanto una sceneggiatura può pregiudicare la riuscita o meno di un prodotto televisivo o cinematografico? Voglio dire, una sceneggiatura mediocre può essere ribaltata dal talento degli attori e della regia, oppure se traballa quella, è impossibile che il prodotto possa essere suscettibile di miglioramenti?
Su una pessima sceneggiatura non si fanno bei film o buone serie.
SERGIO PUGLIESE, illuminato primo direttore dei programmi Rai (e umile a sufficienza per farsi assumere come semplice assistente di studio alla NBC, per capire la televisione….), nel 1958 promuove la pubblicazione de Lo Scenario Televisivo (di Angelo D’Alessandro, Mursia) , che credo sia la prima opera teorico/pratica che si occupa di sceneggiatura nella specifico televisivo.Nella prefazione Pugliese scrive: “lo scrittore che si accinge a scrivere per la televisione dovrà fortemente tener conto che intorno alla sua scrivania si agita un mondo turbolento, irto di schemi tecnici, di complicati apparati, di tabù, guidato da centinaia di specialisti, tutti pronti a servirlo e a schiacciarlo”.  Certo senza regista e senza attori una sceneggiatura resta un testo effimero, un documento tecnico. Ma sono fortunato perché i registi, a cominciare da Raffaele Mertes mi hanno detto di si anche alle ipotesi più ardite di racconti con dinamiche spettacolari che avrebbero richiesto ben altri investimenti.

Da spettatore, cosa le piace guardare in tv o al cinema e cosa invece proprio non le piace?
Da spettatore appartengo alla generazione televisiva e ho fatto una vera e propria esperienza emozionale grazie alla tv .Io e la mia generazione non l’abbiamo mai considerata inferiore al cinema. Per molto tempo abbiamo pensato che il cinema fosse superiore, ma  la mia generazione  non ha mai sentito questa differenza. Anche le web serie ormai hanno grandi potenzialità  senza gerarchie espressiv, estetiche o culturali. Sono uno che guarda tanta tv mi piacciono le serie come  Gomorra, Crimini, Romanzo Criminale e il lavori di Andrea Nobile, scenegigatore di successi il Tredicesimo Apostolo. Detesto invece i film presuntuosi, la messa in scena della propria autoreferenzialità.

Facendo un parallelismo con le serie americane, quali sono secondo lei gli elementi che differiscono rispetto ai lavori italiani, quali costituiscono un di più e cosa, invece, le serie americane, seppure di successo, non potranno mai avere rispetto a quelle italiane?
Questa è una domanda molto complessa ma anche pericolosa e che merita una risposta forse noiosa, ma necessaria .  Quasi sempre quando si pone un confronto fra la serialità italiana e quella americana, c’è un pregiudizio di fondo e cioè che la serialità americana sia tout court superiore alla nostra. Ma quando parliamo di serie americane, dobbiamo tenere a mente da quale sistema arrivano quei prodotti, agli screening vengono presentati ben 150 pilot, c’è una massa critica tale per cui l’esito, le cose migliori sono alla cima, al vertice di una piramide con alla base tanti altri prodotti. E’ un po’ come per il romanzo, per avere il romanzo perfetto bisogna averne tanti mediocri, tanti più o meno buoni o molto buoni. Pensiamo che solo la HBO investe un miliardo e 200 milioni di dollari nelle serie. In Italia abbiamo solo 2 editori e ora Sky. Per molti anni solo la Rai e Mediaset si sono contesi come tv generaliste lo stesso pubblico ma certo senza esaudirne tutte le possibilità e i desideri. I nostri prodotti non sono inferiori alle altre serie  europe, abbiamo prodotti difendibili e anche se il sistema è ancora acerbo e per certi aspetti in ritardo, guardiamo all’orizzonte con buone intenzioni. Serie come Gomorra ne sono un esempio. Stanno avvenendo cambiamenti importanti, abbiamo di fronte una grande sfida, nuove frontiere, nuove sfide estetiche e nuovi pubblici che non appartengono ad  una generazione televisiva ma digitale.

Uno sceneggiatore è un po’ il padre di ciò che crea: lei è affezionato ad un personaggio in particolare di Le Tre Rose di Eva? Qualcuno che proprio sente suo più degli altri?
In genere ci si affeziona a dei personaggi che contengono qualcosa di se. Ma poiché c’è un certo piacere a scrivere il personaggio  cattivo,  credo di essere affezionato ad Edoardo che è un tormentato estremo, un inquieto passionale. Tutti noi sceneggiatori abbiamo lavorato per creare le loro idiosincrasie e per fare in modo che fossero portatori di una verità. Poi ci sono figure intoccabili, come nella seconda stagione con l’archetipo della madre cattiva, Bettina, un personaggio che ha scavato nel pubblico profondamente. Noi credevamo che il pubblico si sarebbe affezionato a cattivi con un nucleo sentimentale di fondo, invece hanno preferito per certi aspetti proprio lei.

Prossimi progetti?
Per scaramanzia non dico nulla, ma sto lavorando alla prossima serie delle Le Tre Rose di Eva, la quarta, e poi  sto lavorando con Giancarlo De Cataldo per una nuova serie ed è stimolante ed incredibile lavorare con lui.

In parte mi ha già risposto: ci sarà la quarta serie delle Tre Rose? Può anticiparcelo?
Certo, stiamo lavorando ad una quarta stagione e la sfida è che abbia storie a livello delle precedenti

Mi ha parlato di un suo passato da musicista e di una serata a Ravello, ce la racconta?
Ho un vecchio passato da musicista, suonavo blues, a 20 anni. Un famoso fotografo di moda organizzò una festa e ci invitò a suonare ad una festa privata in una villa di Ravello appunto. Ricordo  ancora perfettamente la terrazza sul mare, e non potrò mai dimenticare quel panorama, e quella giornata. Ho ancora qualche foto di quella festa.

Conosce Ravello, se così, su due piedi, dovesse immaginare una storia da ambientare qui, proprio dove si svolge il Ravello Festival, cosa troverebbe adatto? Una commedia o qualcosa ammantato di mistero un po’ come Le Tre Rose di Eva?
Penso ad una  serie wagneriana, dionisiaca, un accendersi di vite e di luce che abbia come contraltare l’ombra, che passi dal sogno all’incubo, un luogo di fascino e mistero come è Ravello, ammantato di classicità e di eleganza, ma con dei segreti, perché dove c’è il sole c’è anche il buio.

Cosa fa nel tempo libero uno sceneggiatore di successo? Quali sono i suoi hobby e cosa la fa innervosire?
Dovrei conoscerlo prima questo sceneggiatore di successo! Ride  Si dice che chi vive con uno sceneggiatore abbia difficoltà perché gli sceneggiatori hanno sempre un po’ la testa fra le nuvole e non sono mai liberi dalle storie e dai personaggi. Mi rendo conto con gioia che più scrivo, più la passione per il mio mestiere aumenta.  Insegno alla Holden di Torino e al Centro Sperimentale di Cinematografia e mi confronto con le nuove generazioni alle quali do sempre un consiglio che mi fu dato da una persona che conobbi a Londra. Quando suonavo, ebbi modo di vivere a Londra per  un anno, allora conobbi un batterista che era solito ripetere che nella vita e nella propria passione  servono joy and motivation. Ecco io cerco di avere sempre entrambe. Hobby? Ho tre figli piccoli e i loro giochi sono i miei hobby,  il tempo libero è davvero poco. Mi fa innervosire l’offesa al talento, questo Paese non vede che ci sono tanti giovani talenti.

Se tornasse indietro cosa non rifarebbe? O rifarebbe allo stesso identico modo?
Rifarei tuto, come dice uno dei personaggi delle Tre rose, per fortuna o forse no, facciamo solo gli errori che il nostro carattere ci permette di fare. E’ una cosa che ci permette di confrontarci con determinate sfide o con  certi fantasmi.

La lunga e splendida intervista / lezione si chiude qui, ma io ho un desiderio, vorrei chiedere a Michele Abatantuono di mandarmi proprio le foto scattate a Ravello 20 anni prima, durante la festa di compleanno. Mi risponde con garbo che è meglio di no,  essendo allora molto più giovane. Lo ringrazio ugualmente e poi, una volta terminata la comunicazione, penso  che artisti come lui non invecchino mai, grazie ai personaggi a cui danno vita, vampiresche creature destinate  a fare della memoria e dell’affetto del pubblico l’elisir di eterna giovinezza per il proprio creatore.

Emilia Filocamo

 (Fonte: Ravello Magazine e Gia Comunicazione)

Annunci

aprile 30, 2015 - Posted by | cinema, interviste | , , , ,

Sorry, the comment form is closed at this time.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: