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Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “IL MEGLIO RECUPERATO IN PILLOLE”

imageDall’archivio, che probabilmente non avete mai letto, o non ve lo ricordate… 

SPETTACOLO

Cannoni puntati!

E’ il cinquantunesimo Festival di Nuova Consonanza.  Mezzo secolo di vita merita una salva. Che c’è stata, non di bocche da fuoco ma di applausi, nel Grand Salon dell’Accademia di Francia a Roma, Villa Medici, alla fine del primo concerto della rassegna, con l’Ensemble Orchestral Contemporain di Lione.

“Non aprite quelle orecchie”, ci verrebbe da dire con una battuta un po’ frusta quando leggiamo sul programma di sala che stiamo per ascoltare una musica spettrale. Poi ci tranquillizziamo: “Gli spettralisti parlano di suono non come oggetto in sé concluso, ma come campo di forze, porzione di spazio-tempo, parte di un puro divenire sonoro”.

Malgrado il  testo un po’ criptico, è vero che si tratta di materiale che arriva in tutta semplicità all’ascolto, senza dover passare attraverso serialità ferree o metodologie vincolanti.

E il bello è che questi suoni assolutamente non tradizionali che potrebbero essere presi per blasfemi, si spandono esteticamente nello spazio di un salone ultraclassico con soffitto di dodici metri, e arazzi barocchi alle pareti.

Quando è roba buona va bene in qualsiasi ambiente. E non c’è scandalo.

17 novembre 2014

Rumori da fuori.

Concerti nel Parco, a Villa Doria Pamphilij. Si festeggiano i trent’anni del quintetto di Paolo Fresu. Non è il concerto in sé, eccellente come sempre quando c’è il nostro amico alla tromba, ma un fatterello sonoro che lo accompagna e ci da lo sprint per titillare questo argomento di attualità negli spettacoli all’aperto, quindi d’estate.

Succede che nel finale del terzo brano in scaletta il crescendo e poi lo scemare della musica è accompagnato, quasi guidato dalla sirena bitonale di un’ambulanza che, correndo lungo la strada che costeggia la villa, si avvicina, sale di intonazione fino a un perfetto unisono con la musica, poi si allontana e sfuma insieme agli strumenti, un po’ calante, ma magica (è l’effetto Doppler).

Ambulanze che passano, claxon che suonano, aerei che sorvolano. E la fauna: cicale, grilli, cornacchie e gabbiani.

Accademia di Spagna al Gianicolo, 23 giugno 2011: concerto dei borsisti. Composizioni da dimenticare (col tempo i ragazzi impareranno a scrivere, si spera), ma c’è un momento miracoloso del quale siamo testimoni. Durante l’esecuzione di un brano fracassone, “Punto rosso sull’oceano” di Aurelio Edler-Copes, al riverbero di un fragoroso cluster di note sul pianoforte si sovrappone, esattamente intonato, ammesso che un cluster possa essere intonato, il rombo forte di un grosso aereo che vola basso sulla città.

E’ stato affascinante (perfino gli esecutori hanno smesso di suonare rapiti) ascoltare i motori che rubavano il suono al piano e lo portavano via nella propria scia. Secondi di pura favola. Poi, purtroppo, è ricominciata la musica.

Tre tenori. Più di vent’anni fa, a Caracalla, concerto di debutto dei Tre Tenori: Pavarotti, Carreras e Domingo, un evento mondanissimo, che poi si sarebbe trasformato in un luminoso business mondiale.

In mezzo a tutta quella pompa, un particolare minimo e divertente. Durante un pianissimo, su uno dei pini sparsi in platea, una cicala si mette a cantare, facendosi inconsapevole protagonista davanti a tutti i seimila spettatori. Un paio di volte Zubin Mehta dal podio guarda accigliato (o divertito, la distanza non ci permette di distinguerne i lineamenti) verso l’albero, ma quella, tranquilla, va avanti finché tutti ci abituiamo.

Neanche ci siamo accorti se e quando ha smesso di frinire.

14 luglio 2014

Fighetta Salsiccia.

Vogliamo fare le nostre più sincere congratulazioni alla donna barbuta che ha vinto l’Eurovision Song Contest. Non tanto per la canzone, comunque un pezzo commerciale niente male, quanto per lo spirito con cui ha scelto il proprio nome d’arte, bisex e multinazionale: Conchita Wurst.

In Sudamerica concha vuol dire conchiglia, ma anche vulva, e il suo diminutivo conchita sta per fighetta. In tedesco wurst significa salsiccia, come certamente sanno tutti quelli a cui piacciono gli insaccati. I riferimenti ci sembrano trasparenti.

Conchita Wurst, ovvero Fighetta Salsiccia. Geniale.

19 maggio 2014 

Il grande narciso.

E’ Eugenio Scalfari, di cui siamo andati a festeggiare i novant’anni lunedì 7 aprile al Teatro Argentina. Superata la fila, una volta dentro e dopo tre quarti d’ora di baci abbracci e saluti di Veltroni e Sorrentino e Paola Fracci e Benigni, ha inizio la cerimonia. Che, trattandosi del compleanno di un novantenne famoso, ha le sue formalità e i suoi tempi.

La faccenda è condotta da Antonio Gnoli; brani dai libri del festeggiato sono letti da Silvio Orlando, il cui microfono, tanto per non smentire l’efficienza nazionale, gracchia e sputazza un bel po’ prima di stabilizzarsi (siamo all’Argentina, il primo teatro di Roma, e per un evento di una certa importanza, ma siamo anche in Italia). Cinque amici/collaboratori raccontano omaggi, aneddoti, ricordi. Fra costoro brilla il lumino da notte di Alberto Asor Rosa, che con il suo parlare noiosissimo e sonnolento da il colpo di grazia al pubblico. Raccontando dell’amicizia fra Scalfari e Calvino cita dalle Lezioni Americane la parola “rapidità”, e poi (ci viene ancora da ridere) piomba in una pausa talmente lunga da far temere un coma irreversibile.

E’ chiaro che non ci aspettavamo una torta con dentro la ballerina, ma tempi un po’ più teatrali forse sì, visto dove siamo. Per fortuna appena il protagonista sale sul palco possiamo finalmente apprezzarne lo spirito, la proprietà di linguaggio, la chiarezza di idee, e la prontezza; sempre saldo sul suo piedistallo di magnifico narciso, intendiamoci. Dall’alto del quale riferisce le telefonate di auguri del Papa e del Presidente della Repubblica che, ci racconta con civetteria palese e modestia malcelata, avrebbe voluto venire a salutarlo, ma lui ha preferito di no per evitare troppa emozione. Arguto e instancabile, come sono spesso i vegliardi quando hanno un pubblico e parlano della loro vita, pilota con timone saldo la nave dei festeggiamenti.

Ahimè, a un certo punto della rotta il magnifico vascello di capitan Scalfari incontra un pericolosissimo scoglio e finisce col naufragare come se al comando ci fosse uno Schettino qualsiasi. Succede che il saggio, distaccato, ironico, cinico giornalista a un certo punto annuncia che ci leggerà alcune sue poesie, perché, sì, in tarda età ha scoperto di essere anche poeta. Tira fuori un fascio di fogli e attacca. Ed ecco che l’acuto polemista, il dissacratore di uomini e idee, ci diventa un paroliere da Sanremo. Spiagge, mare, stelle, brezze, perfino angeli.

Di colpo, al posto del pilastro di saggezza e ironia che conoscevamo, abbiamo visto un nonno un po’ andato a cui i fogli tremavano in mano per un accenno di Parkinson; che a un certo punto si è persa l’ultima poesia e continuava a cercarla fra l’imbarazzo di molti. E quando l’ha trovata, ha anche voluto leggerla.

Incrociatore affondato da questo siluro senile. Peccato.

14 aprile 2014 

La lista della spesa.

Sabato 4 maggio al Teatro Studio una composizione dell’81 di Giorgio Battistelli: “Experimentum mundi – Opera di musica immaginistica per 16 artigiani, coro femminile, voce recitante e percussioni”. Uno di quei titoli che rimandano alle sperimentazioni, spesso interpretabili come prese per i fondelli, di quegli anni.

Quindi, indossato il nostro più beffardo ghigno, assistiamo alla preparazione della scenografia: mucchietti di calce e mattoni, deschi da ciabattino, uova e farina su un tavolo, e così via. Entrano gli artigiani vestiti giustamente da artigiani: grembiuloni, tute e canottiere; poi, in borghese, Peppe Servillo, voce recitante, poi le coriste in lungo, e finalmente il percussionista e il direttore (lo stesso compositore Giorgio Battistelli) in frak.

Comincia il pasticcere rompendo mezza dozzina di uova su un mucchietto di farina, e bisogna lodare il perfetto funzionamento dei microfoni che trasmettono mirabilmente lo spezzarsi dei gusci, lo splasc del tuorlo che cade nella farina, lo sbattere dell’albume. Poco a poco entrano tutti gli altri per creare un’ora di suoni del lavoro, tenuti a regime dal percussionista professionista, e dalla voce che elenca mestieri e utensili.

Dobbiamo confessare che il ghigno beffardo ce lo siamo rimessi in tasca e abbiamo cominciato davvero a goderci questa invenzione geniale di Battistelli, dove di musica in senso tradizionale non si può certo parlare, ma di spettacolo musicale sì.

A a fine esecuzione, sul palco c’erano tagliatelle per dodici pronte da cuocere, una botte assemblata, un paio di metri quadrati di selciato steso, un muretto alzato, e in più applausi scroscianti.

Ci siamo divertiti. Ora, qualche insignificante appunto e una domanda. Gli artigiani ci sono sembrati troppo precisi nel seguire la direzione per non farci sospettare l’uso di percussionisti veri (magari provvisori). Servillo in alcuni passaggi suonava troppo napoletano e burattinesco, alla Pappagone per capirci. Sciocchezze. La domanda invece è questa. Come avrà fatto l’autore a depositare la sua opera alla SIAE? Perché la partitura, e sul podio la partitura c’era, non poteva essere altro che la lista della spesa: 12 uova, 1 chilo di farina, 130 sanpietrini, 2 tomaie e 4 tacchi, 50 kg di calce…

6 maggio 2013

Flautini e flautoni.

Un altro interessante concerto di Nuova Consonanza, giovedì 22 nella Sala Accademica del Conservatorio di S. Cecilia: “Forme d’aria”. La serata apre con un discorso breve, preciso e chiarissimo (magari averne sempre uno così, prima di questi ascolti complicati) di Alessandro Sbordoni, esecutore insieme a Roberto Fabbriciani e ad Alvise Vidolin, che con poche giuste parole ci racconta cosa stanno per fare.

In programma brani di Cage, Scelsi e improvvisazioni sugli stessi. Vidolin al controllo dei suoni e dell’elettronica, Sbordoni con il suo bayan, Fabbriciani con il flauto traverso (d’oro), il flauto basso, e un aggeggio che non avevamo mai visto prima, un flauto contrabbasso: un grosso tubo con sifone a collo d’oca, in grado di emettere note profonde, il quale, oltre che a noi, piacerebbe di sicuro anche a un eventuale idraulico musicofilo di passaggio.

Qui, ci siamo detti, occorre documentarsi. Detto fatto. Pare che esista perfino un flauto iperbasso, fatto costruire e suonato dallo stesso Fabbriciani, unico al mondo a osare tanto. Wikipedia: “Il flauto iperbasso è lo strumento più grande e più basso della famiglia dei flauti. Suona in do, quattro ottave sotto il flauto traverso, tre sotto il flauto basso, due sotto il flauto contrabbasso, una sotto il flauto subcontrabbasso. Il tubo dello strumento è lungo oltre 8 metri e la nota più grave che produce è il do un’ottava sotto il do basso del pianoforte, considerato il limite della percezione umana”.

Ma quanto fiato ci vorrà per suonarlo?

3 dicembre 2012

DivinaMente Roma.

Un ricco festival (14–25 aprile) che gira intorno al centocinquantenario dell’Indipendenza, in spazi prestigiosissimi, da Villa Piccolomini alla Sinagoga; direzione artistica di Pamela Villoresi.

Siamo stati al quarto appuntamento del festival, dedicato a Carducci, il Leone Maremmano, nella sala dell’Accademia dei Lincei alla Farnesina. Sul palco un’attrice vestita in bianco rosso e verde, circondata da una formazione da camera. La Villoresi, proprio lei, sullo sfondo di diapositive dei Macchiaioli, a parlare al pubblico di Carducci, cominciando con l’aneddoto dell’ambasciatore svedese che va ad annunciare il Nobel al poeta ammalato, e poi srotolandone la biografia. Normale amministrazione, però…

Col procedere del racconto, la Villoresi si è messa a fare da sola tutte le voci, le vocine e le vocione. Quella dell’ambasciatore, seriosa e ufficiale, quella di Carducci ragazzo, pazzerella con forte accento toscano, per poi passare al parlare tremulo di Giosuè da vecchio. Naturalmente ci è stata recitata I Cipressi, dove, nell’ultimo verso c’è l’asino che “… a brucar serio e lento seguitò”. Beh ha fatto anche la voce dell’asino, puro Disney, concludendo con tre bei ragli (che nella poesia naturalmente non ci sono) ih-ho, ih-ho, ih-ho. Da non credere.

Naturalmente ci è stato servito anche il Pio Bove accompagnato da un valzerino poco agreste e più adatto a un caffè di Vienna, e l’Inno a Satana urlato con voce terribile su cacofonie di percussioni.

A questo punto dobbiamo avere avuto un mancamento perché quando siamo tornati in noi, il pubblico stava cantando l’Inno di Mameli. Per amor di patria, e per evitare il peggio siamo scappati.

28 aprile 2011

(Immagine fornita dal Cavalier Serpente)

***

stefano torossi bisL’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link: www.ilcavalierserpente.it

 

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settembre 5, 2016 - Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | , ,

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