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un sentire, mai sentito, è ascoltarmi (sb)

Alessandro Bertirotti: “Come sta cambiando la relazione madre-figlio”

ALESSANDRO BERTIROTTI“Come sta cambiando la relazione madre-figlio”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

“Davanti al portone della scuola un nutrito gruppo di persone attende: nonni, nonne, mamme con piccoli al fianco, qualche papà. Capelli bianchi, biondi, scuri, qualche testa di donna avvolta in tessuto variopinto. Chiacchierano  pacificamente, in piccoli capannelli. Ad un tratto una campanella lancia il suo suono squillante e dopo poco un mare di bimbi appare, in un tumulto di cavallini selvaggi. Anche qui capini biondi, capini neri, pelli chiare e pelli scure, qualche occhio a mandorla”. Inizia così uno dei capitoli, a pg. 59, del testo di Maria Teresa Veronesi, Madri si nasce? Alla ricerca della maternità, 2008, Edizioni Cinque Terre, La Spezia.

Quante volte ci è capitato di assistere alla stessa scena che la biologa ci racconta in queste righe e quante volte un genitore si è trovato nelle stesse condizioni di attesa descritte. Nell’ambito di queste comunanze esistono però differenze importanti, perché ogni individuo, provenendo da una propria cultura, vivrà identiche esperienze in modo particolare, che è tipico della cultura di appartenenza. Il modo, per esempio, con cui i genitori di questi bambini potranno esprimere l’amore verso di loro avrà atteggiamenti, desideri espressi e latenti differenti e più o meno condivisi dagli altri genitori.

Anche la Veronesi si chiede quanto il rapporto tra i sessi, la tradizione educativa del proprio paese di origine, oppure la vita quotidiana all’interno di uno stesso quartiere metropolitano  potranno influire sulla crescita di questi bambini. Non lo possiamo quantificare, ma possiamo certamente affermare che tutto questo avrà una forte incidenza sullo stile di crescita individuale e collettivo dei futuri adulti.

Per esempio, il ruolo fra i sessi, modellato secondo aspettative culturali ed atteggiamenti mentali consolidati nel corso di anni di storia condivisa, certamente andrà a determinare ciò che crediamo essere “naturale”, come il rapporto tra madre e figlio, oppure padre e figli. In effetti, facendo riferimento alla prolificità di una donna, la dimensione socio-culturale legata a quello che si intende per genitorialità influisce fortemente sulla decisione, appunto, di avere o meno figli, oltre che sul numero di questi ultimi.

La monogamia è lo stile familiare più diffuso al mondo e quello maggiormente istituzionalizzato dalle diverse culture del pianeta, e comporta ovviamente una intrinseca valutazione dell’infedeltà. Si tratta di una valutazione che considera l’infedeltà femminile come decisamente peggiore rispetto a quella maschile, tanto che in alcune culture la prima viene punita persino con la morte, mentre la seconda non viene nemmeno considerata come degna di nota.

“E’ evidente che (…) un figlio adulterino avrà ben poche probabilità di essere accettato e tenuto in vita. Viceversa in alcune popolazioni – generalmente in condizioni economiche difficili – è proprio la moglie legittima a suggerire al marito di prendere una seconda compagna, per poter dividere con lei i pesi domestici, soprattutto quelli delle gravidanze e dell’allevamento dei figli” (Veronesi M.T., 2008:60).

La nostra considerazione finale circa queste argomentazioni è che nella nostra specie la dimensione culturale è talmente importante che non è poi così facile riuscire ad individuare ciò che ancora qualche volta si sente definire come “naturale”, anche se vi sono aspetti biologici che resistono alle diverse tradizioni culturali. Per esempio, il desiderio di attaccamento alla propria creatura, all’interno del rapporto madre-figlio, possiede una forte dimensione biologica che deve coniugarsi con le esigenze culturali di cura.

La presenza, nella relazione madre-figlio, anche nella nostra tradizione culturale europea di qualche anno addietro, della balia, per esempio, è il risultato di atteggiamenti culturali che hanno veicolato il rapporto delle madri con i loro figli. Allattare personalmente il proprio figlio porta con sé, invece, atteggiamenti mentali ed educativi completamente diversi.

In sostanza, sembra che, specialmente in questi periodi di forzata globalizzazione culturale, sia oltremodo necessario soffermarci a pensare al ruolo che la cultura di appartenenza svolge rispetto alla dimensione biologico-evolutiva dei nostri comportamenti. Solo in questo modo, ossia attraverso queste riflessioni, potremo effettivamente comprendere meglio e più a fondo i diversi ruoli culturali che stanno modificando, e forse alterando persino, aspetti della nostra vita biologica.

 

 (http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/come-sta-cambiando-la-relazione-madre-figlio.html)

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

dicembre 13, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Disoccupati? Per ora…”

ALESSANDRO BERTIROTTI“Disoccupati? Per ora…”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Leggiamo sulle testate nazionali di questa settimana che il numero dei disoccupati a Settembre è cresciuto di quasi 2,8 milioni, superando così il livello raggiunto nel quarto trimestre del 1992.  In circa un mese di vita italiana si sono persi 62.000 posti di lavoro, con particolare riferimento alla componente maschile dei lavoratori. Se poi consideriamo i dati di coloro che, al di sotto dei 25 anni, cercano lavoro, troviamo il 10% dei  nostri giovani.

Siamo in presenza di un tasso di disoccupazione annuo del 2%, e nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni i giovani che cercano lavoro sono circa 608.000, ossia circa il 10,1% dell’intera popolazione che appartiene a tale fascia.

Questa è la situazione, oggettiva. E con questa situazione tutti dobbiamo fare i conti mentali. Dobbiamo cioè elaborare una strategia mentale che ci permetta di credere nel futuro, nonostante la realtà quotidiana che si sperimenta, ci faccia pensare quasi esclusivamente ad una assenza di futuro.

Quando l’essere umano si trova in queste condizioni esistenziali, risponde a tale situazione secondo atteggiamenti mentali storicamente determinati (anche facendo appello alla tradizione famigliare alla quale si appartiene), oppure cercando di individuare, con una forte dose di creatività (legata alla presenza di una identità decisamente sicura e forte), qualche nuovo “stile di pensiero”.

La dimensione originale, secondo noi, rispetto al passato, di questa situazione è l’assenza di indicazioni risolutive proposte dal mondo adulto, sia esso politico (questo, poi, meno che mai è in grado di aiutarci mentalmente…) che della vita comune.

Oggi i giovani sono e si sentono come abbandonati a loro stessi, anche grazie ad atteggiamenti iperprotettivi, i quali rivelano in effetti un forte grado di insicurezza educativa da parte di genitori ai quali rimane solo la protezione, quale sostituto dell’educazione all’autonomia. Non possiamo fare loro, però, una colpa, perché le origini di tale atteggiamento culturale italiano sono molto lontane.

Come possiamo, in qualche modo e misura, aiutare i nostri giovani a vedere un futuro, seppure difficile ma comunque possibile, anche dal punto di vista lavorativo?

Secondo un’ottica antropologico-mentale, possiamo rispondere aiutandoci a ridefinire il mondo che ci circonda utilizzando termini, sostantivi e parole positivi, fiduciosi e pro-attivi, ossia diretti alla realizzazione di azioni future. Può sembrare una ovvietà, ma in realtà il nostro cervello, quando funziona sotto forma di mente, utilizza sempre dei codici per pensare alla realtà, sia essa passata, presente e futura. Imparare a definire la realtà utilizzando termini che creano invece di distruggere, anche evidenziando la fatica che si compie nel fare tutto questo, significa abituare a poco a poco la mente a valorizzare quello che di buono ancora esiste nell’uomo, trascurando quello che invece mortifica la nostra stessa natura.

In secondo luogo, possiamo ricordare a noi stessi la storia dell’umanità, di coloro che ci hanno preceduto e che hanno, in misura incalcolabile, attraversato periodi così difficili da non poter minimamente sperare, all’epoca, di venirne fuori. Abbiamo davvero pensato a come potevano sentirsi tutti quegli individui confinati nei campi di sterminio nazisti e nei Gulag? Sono, peraltro, situazioni ancora esistenti, con nomi e forme apparentemente diversi, in molte parti del mondo.

Voglio dire che, aiutandoci con le parole, grazie alle quali possiamo immaginare un futuro, e ricordando che la vita vince sempre sulla morte, rimembrando il passato, possiamo aiutare noi stessi e i  nostri figli a vivere questa disoccupazione con forza, tenacia e speranza. E vi scrive una persona che è uno “stabile precario” universitario, ossia un individuo che ha trovato nelle altre persone e nella fatica-sofferenza dell’esistere, il motivo per cui vale sempre la pena di non arrendersi.

Sono sicuro che questo periodo terminerà, come termineranno le impudicizie di qualche nostro politico, se impareremo, anche con le parole, a discernere attentamente la luce dal buio. E si tratta di una capacità che abbiamo fisiologicamente in noi, indipendentemente da quello che ci circonda.

La prima luce che illumina la realtà sono i nostri occhi.

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/disoccupati-per-ora.html?refresh_ce)

 

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

dicembre 6, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Compromettersi fa bene… a volte”

“Compromettersi fa bene… a volte”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

Durante la nostra esistenza ci capita spesso di avere esperienze ravvicinate con altre persone, sia per motivi professionali che per motivi personali. Sulla base del criterio vantaggioso/svantaggioso e delle emozioni che esso suscita, si costruisce, simbolicamente e materialmente, una vera e propria realtà nuova.

E questa costruzione si manifesta sotto forma di narrazione, ossia di trattativa, di cui fanno parte necessariamente le esperienze dei singoli individui.

Molto spesso sentiamo dire che il compromesso è qualche cosa di negativo,come se fosse possibile farne a meno. È un’idea decisamente bizzarra, che spiega, forse, la tendenza della tradizione popolare a semplifi­care eccessivamente le difficoltà relazionali umane, nel tentativo di vedere in esse solo un insieme di cause e di effetti.

Ad una attenta analisi, il termine compromesso appare composto da cum, “con”, pro, “a favore di” e mittere, che, sempre in latino, significa “porre, mette­re”, e anche “mandare verso”, come indica il termine mittente, e che “giunge da”. Quando sono di fronte ad un compromesso, non faccio altro che mettere con qualcuno qualche cosa a favore di.

Per esempio, quando ci si innamora, si entra in un compromesso, perché si mette la propria esistenza a favore di qualcuno. In questa originaria e primigenia accezione, il termi­ne compromesso direi che caratterizza l’intera esistenza umana, e senza di esso non sarebbe possibile nessuna forma di aggregazione evolutiva. Senza com­promessi, non solo non esisterebbe quella struttura sociale che serve biologicamen­te alla cura della prole e che chiamiamo famiglia, ma non esisterebbero gruppi sociali, confraternite, associazioni, albi professionali e, infine, nemmeno istituzioni.

Certo la compromissione richiede tempo per portare i suoi frutti, che non pos­sono quasi mai riferirsi alle diverse fasi temporali che caratterizzano un rapporto compromissorio.

Mi spiego meglio.

Il futuro esiste nella mente umana solo se legato a condotte costanti e tenaci che lo rendano sempre più possibile. Se io credo di poter mantenere in vita un rapporto di coppia basandomi sui comportamenti manifesti del partner, senza ipotizzare errori, sarà certamente impossibile che tale rapporto si consolidi nel tempo. Se invece, sono costante nel perseguire la meta, che è la salvaguardia del rapporto amoroso nel tempo, sarò in grado di sopportare e valutare come perio­dici ma superabili, i momenti in cui l’obiettivo e le forze per perseguirlo sono magari meno presenti.

In altri termini, quando in alcune situazioni di vita le mie azioni sembrano meno costanti e coerenti rispetto alle precedenti, nel raggiungimento dello scopo, è utile ricordare a noi stessi l’obiettivo finale per non abbandonarsi al pessimismo.

La nostra mente procede sempre per fasi concre­te di realizzazione, e solo metaforicamente mantiene presente come un tutto unico la realtà. In effetti, operiamo sempre bilanci, che sono la raffinata sintesi fra i risultati che si possono ancora raggiungere e quelli che si sono effettivamente raggiunti.

Vi sono ovviamente situazioni in cui il compromesso non funziona o si rivela utile solo parzialmente nel tempo, perché una delle due persone non merita questo tipo di relazione affettiva. In questi casi, siamo di fronte ad un errore del discernimento iniziale, perché ad una attenta analisi, direi che esistono sempre degli indicatori comportamentali nelle persone che ci agevolano nella valutazione generale. Molto probabilmente in queste situazioni, le aspettative delle due persone implicate nella relazione affettiva sono diverse, e forse uno dei due soggetti in questione è semplicemente un simulatore. Ecco perché diventa necessario, dal mio punto di vista, ricevere una educazione familiare volta al giusto compromesso: per imparare a discernere fin da piccoli dove esso esiste veramente e dove si presenta solo come una mistificazione.

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/compromettersi-fa-bene-a-volte.html)

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

novembre 28, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “La rinascita di un pensiero forte, di fronte il relativismo assoluto di oggi”

“La rinascita di un pensiero forte, di fronte il relativismo assoluto di oggi”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Con la locuzione relativismo assoluto mi riferisco a quell’atteggiamento, oggi molto di moda, anche in ambiente accademico, secondo cui la scienza non sareb­be più in grado di spiegare e giungere a soluzioni nette e precise rispetto ai problemi del mondo. È come se di fronte alla presa di coscienza che il mondo è complesso, che la ricerca procede per tentativi ed errori, non si potesse più giun­gere alla scoperta della verità. Vi sono persino colleghi che sostengono la totale inadeguatezza di una scienza che si ponga ancora il problema della verità, perché, essi dicono, le verità sono molte, diverse e tutte valide a loro modo.

Ma, sostenere che il mondo della Natura è una organizzazione di sistemi viventi, che dialogano fra di loro attraverso un processo comunicativo complesso, non significa che ogni forma di ricerca scientifica sia vana rispetto alla scoperta di leggi naturali. In altri termini, la presenza della complessità nel mondo, come nell’u­manità che osserviamo, non porta necessariamente a mettere in atto un atteggia­mento di relativismo assoluto.

Ebbene, pur aderendo anch’io ai principi fondanti della teoria della complessità, non ritengo affatto che l’umanità oggi debba rinunciare a chiedere alla scienza di cercare la verità. Anzi, penso che esista una verità universale e valida per tutti: l’affermazione della vita, in quanto causa e frutto di legami affettivi che legano il microcosmo immanente al ma­crocosmo trascendente.

Questa è l’unica verità sulla quale la storia delle diverse culture del mondo è in accordo, perché non è stato ancora scoperto un solo popolo che non faccia di questa necessità uno stile di vita.

Che Dio esista oppure no, è un problema nostro e non di Dio.

Anzi, dal mio punto di vista, un Dio della Verità si rivolge con maggiore decisione a coloro che ne negano l’esistenza, piut­tosto che a coloro che la affermano.

Molte volte nella vita ci vuole più coraggio a negare una possibilità piuttosto che ad affermare una tradizionale necessità. 

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/la-rinascita-di-un-pensiero-forte-di-fronte-il-relativismo-assoluto-di-oggi.html)

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

novembre 13, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “L’amore si impara…”

“L’amore si impara…”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Se voglio conoscere più approfonditamente un albero, devo aver avuto la possibilità di vedere o toccare molti alberi simili e diversi tra loro. Per la nostra mente è di fondamentale importanza stabilire similitudini, dunque somiglianze e differenze, in sostanza, variazioni fra le cose. Senza questa capacità di differenziazione tutto ci apparirebbe talmente uguale da non stimolare in noi nessun desiderio di conoscenza.

La curiosità si educa, nel senso che, durante l’infanzia, è possibile stimolare e potenziare nel bambino la sua disponibilità all’essere curioso senza, per questo, renderlo intrusivo. Il bambino nasce già fornito di questa caratteristica mentale, perché l’evoluzione della nostra specie è proprio avvenuta grazie ad essa. Se però durante la crescita il bambino vive in un ambiente che stimola in lui la curiosità, ossia la voglia di scoprire le cose oltre un dato visibile, la sua mente si pone nella condizione di interrogare il mondo costantemente. Consideriamo ad esempio il piacere che tutti i bambini dimostrano nell’utilizzare i colori per disegnare. Ora, se io metto a disposizione del bambino solo tre colori, il rosso, il blu ed il nero, egli utilizzerà solo quelli. Se gli faccio vedere dei disegni in cui compaiono colori diversi da questi tre, egli comincerà a chiedermi se esistono, da qualche parte, altri colori, oltre quelli che utilizza lui. Mettergli dunque a disposizione ulteriori colori, grazie allo stimolo che egli ha ricevuto vedendo un disegno colorato diversamente, rappresenta per lui la possibilità di sviluppare la propria curiosità verso i colori in generale.

Questa possibilità è stata sollecitata nel bambino dal nostro stimolo, grazie al quale egli compie delle vere e proprie operazioni cognitive: analizza i colori accostandoli fra loro per vedere quali sono quelli uguali, quelli simili e quelli diversi; accosta i colori che ha in mano con quelli che vede nel mondo attorno a sé; comincia a prendere in seria considerazione la possibilità di imitare con un disegno colorato quello che vede.

Può sembrare una constatazione relativamente banale, ma in realtà non lo è affatto, perché proprio in questo modo si stabiliscono, si sviluppano la curiosità e processi cognitivi che saranno alla base delle future azioni d’amore che si intraprenderanno una volta adulti.

In effetti, quando imito qualche cosa, in questo caso disegno, io mi avvicino a quella cosa, entro nel mondo misterioso del desiderio. Ritornando al nostro albero iniziale, se io ho dunque avuto la possibilità di disegnare e vedere tanti tipi di alberi, svilupperò l’esigenza di scoprire quanto più è possibile circa gli alberi. Sarò inoltre interessato a stabilire somiglianze e differenze tra alberi che vedrò rappresentati in una fotografia, in un film, invece che in un quadro o in un disegno. E dall’albero, passerò ad interessarmi del mezzo, del supporto, grazie al quale lo vedo, sia esso la fotografia, oppure la pellicola.

Lentamente, di supporto in supporto scoprirò che esistono diversi modi di considerare un albero e che tutti sono, a loro modo, veri. Ecco come si forma nella mente di ogni essere umano l’idea del vero: attraverso una serie costante di scoperte che confermano via via l’iniziale percezione di una cosa. In altre parole, se scopro che la fotografia di un albero è molto simile ad un quadro che ha per soggetto lo stesso albero, oppure ad un albero visto in un film, giungeròalla conclusione che ogni albero sia veramente fatto così come io l’ho sempre visto. Ancora più evidente è la cosa se ho la possibilità di vedere dal vivo gli alberi, ossia se ho la fortuna di vivere in montagna, o comunque lontano dalla città. Lo stesso processo si verifica nel caso di un qualsiasi altro oggetto in un qualsiasi altro contesto. Non si fa qui una questione di luogo e di cose, ma di processi mentali, che si caratterizzano tutti come relazione fra le cose, fra i sistemi organici/inorganici e la natura.

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/l-amore-si-impara.html)

 

L’AUTORE – Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

ottobre 27, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Il femminicidio visto dall’antropologo della mente”

“Il femminicidio visto dall’antropologo della mente”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Nell’articolo 3 della nostra Costituzione si legge: “(…) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…)”. La IV Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite definisce nel 1995 la violenza di genere come  il mantenimento di una relazione di potere storicamente determinata tra l’uomo e la donna, favorendo, di fatto, la successiva formulazione di leggi che disciplinino il problema. Viviamo in un mondo nel quale i fondamentali diritti delle persone sono calpestati quasi quotidianamente. Tanto che le parole che si leggono nella Bibbia circa il comportamento degli empi non sembrano essere datate come possiamo credere. Si ha la sensazione, in sostanza, che certe manifestazioni dell’umana convivenza siano persistenti da sempre e che nulla di effettivamente importante sia cambiato, rispetto alla violenza del passato.

In Italia, secondo il rapporto Istat, le donne uccise nel 2011 sono state 127 (di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia, 68  dal partner e 29 dall’ex-partner), con l’aumento del 6,7% , rispetto all’anno precedente e nei primi mesi del 2012 sono più di 63 le donne uccise da maschi umani, che sono spesso mariti, oppure compagni o ex-partner. La maggior parte di queste vittime sono italiane (78%), come, del resto, sono italiani anche i maschi assassini (79%). E’ inutile ricordare inoltre che il 1999 è stato l’Anno Europeo della lotta contro la violenza nei confronti delle donne, perché, in genere, queste dichiarazioni pubblicitarie europee restano lettera morta, senza contribuire di fatto alla costruzione di atteggiamenti e comportamenti concretamente visibili nella vita quotidiana. Si tratta, di dichiarazioni di intenti che rimangono tali, tranne nei casi in cui l’Unione Europea debba decidere di questioni economiche per il benessere di pochi e il malessere di molti.

In questa situazione la nostra cara Italia non ha ancora firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione ed il contrasto della violenza di genere, firmata invece ad Istanbul nel 2010 dai 10 stati europei. Per fortuna in Toscana accade qualche cosa di significativo, sia sul piano politico che su quello civile. Infatti, Marina Staccioli, Consigliere della Regione Toscana e Vice Presidente della Commissione Istituzionale per l’emergenza occupazionale, ha presentato l’11 Settembre 2012, una importante mozione nella quale impegna la Giunta Regionale Toscana a farsi portavoce, presso il Governo italiano, per la modifica della materia in questione, soprattutto per quanto riguarda la semplificazione dell’iter in sede di indagini e l’eventuale condanna dei violentatori. A parte questa fortuna toscana (decisamente rara nel panorama politico della Regione…), quello che ci interessa evidenziare è l’aspetto antropologico dell’iniziativa, e cioè la rilevanza della mozione in se stessa, grazie alla quale si chiede un impegno civile ben preciso.

Siamo di fronte ad una situazione che testimonia come nel nostro paese, che comunque possiede un sistema di valori democratici che ancora sanno far fronte alle tempeste dell’individualismo esasperato, si sia lontani da una vera educazione alla differenza di genere. È in questi ambiti che possiamo valutare la sensibilità di un popolo rispetto all’idea che con la forza si impone una superiorità che il cervello dimostra di non possedere. Eppure, femmine e bambini continuano ad essere le vittime naturalmente privilegiate per esercitare su di esse quel potere che il mondo nega ad alcuni maschi umani, i quali, consapevoli spesso della loro inferiorità culturale, esprimono tanto la loro rabbia quanto il loro dolore in questo turpe modo. Per giungere al rispetto delle differenze dobbiamo cominciare a produrre pensieri adatti allo scopo nei bambini che frequentano l’asilo e dunque la scuola primaria, con temi, e giochi che mettano in luce le funzioni e le azioni che raggiungono obiettivi utili a tutti, proprio in nome di questa differenza. E sono le donne che possono insegnare a tutti noi che l’amore non ha sesso, dal momento che sono loro nelle condizioni di far crescere tanto un maschio quanto una femmina, prima ancora che questi incontrino il mondo dei maschi. Ma per fortuna, e molte donne lo sanno, il mondo dei maschi possiede anche quel rispetto e dolcezza nei riguardi della donna che convive assai bene nel dialogo e nell’affetto che un vero uomo sa esprimere nella propria vita.

 

http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/il-femminicidio.html?refresh_ce

 

L’AUTORE – Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

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ottobre 16, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Possiamo imparare a essere eroi. Ce lo insegna Capitan…”

“Possiamo imparare a essere eroi. Ce lo insegna Capitan…”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Abbiamo letto in questi giorni le gesta del pastore tedesco Capitan. Sì, le definisco proprio “gesta”, perché trovarsi tutte le sere alle 18.00  sulla tomba del proprio padrone, morto da sei anni, significa compiere atti eroici.
Ma è possibile che gli animali abbiano un rapporto eroico con gli esseri umani? Specialmente il cane, antico amico della nostra specie?

Sì, penso che sia possibile e a maggior ragione nel rapporto che l’uomo stabilisce con il cane, perché proprio in questo caso non si parla di domesticazione, ma di co-evoluzione, perché questo animale, a sua volta, si è co-evoluto con noi. In altri termini, nel nostro rapporto con il cane non possiamo affermare che si tratti di una “domesticazione”, come accade, per esempio nei confronti del gatto, ma di una relazione affettivo-emozionale che è diventata per entrambi uno stile di via cognitivo.

Quando si parla di co-evoluzione si vuole mettere l’accento sul rapporto straodinariamente stretto che si può stabilire tra due specie diverse che abitano nella stessa comunità, a tal punto che l’una è selettiva per l’altra e viceversa. Il risultato più evidente di questo particolarissimo rapporto è che le due specie imparano a influenzarsi vicendevolmente.

Ecco perché la morte di Miguel Guzman, il padrone di Capitan, influenza ancora il comportamento del cane, perché il cane stesso si è abituato (secondo una terminologia più scientifica si dice condizionato) ad essere influenzato dal suo padrone. L’assenza del padrone implica così che il cane continui ad esprimere quello che ha imparato durante il suo rapporto con Miguel: stargli vicino, nel  luogo dove egli abita, ora nel cimitero.

Ecco cosa imparano le specie che si co-evolvono fra loro, a stabilire un rapporto di reciproca solidarietà, anche se può trattarsi di un rapporto predatorio (preda – predatore), parassitico (ospite – parassita) oppure simbiotico (ospite – simbionte).

Ma io ho parlato di rapporto eroico, che è, in realtà, una valutazione cognitiva e psicologica che si attribuisce ad un rapporto co-evoluto, ossia di influenza reciproca. In questo caso, l’assenza di uno dei due attori della relazione influenza la vita dell’altro, a tal punto che questa assenza viene trasformata in una presenza, quella sotto terra nel cimitero. Per Capitan, il suo padrone Guzman è lì, e lo attende… semplicemente.

Bene, cosa possiamo imparare noi da questo essenziale e semplice atteggiamento? Beh, molte cose! Una certamente: possiamo rimanere vicini a ciò che ci ha positivamente influenzati tutta la vita, alle persone che abbiamo amato e che ci hanno amato, e lo possiamo fare con la memoria, con il nostro ricordo. Questo stile cognitivo, ossia uno tra i tanti modi che la mente umana può utilizzare per esistere, è il più importante insegnamento che la storia ci può regalare.

In fondo, è la memoria, cioè la propria storia, che rende gli uomini interessanti…

Eppure, siamo talmente sordi e ciechi oramai a questi insegnamenti, che ce ne ricordiamo solo quando un meraviglioso cane è così solidale da insegnarci a vivere fra noi, che diciamo di essere uomini.

 

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/possiamo-imparare-a-essere-eroi-ce-lo-insegna-capitan.html?refresh_ce)

 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

http://www.bertirotti.com/

ottobre 8, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento

“La storia del frigorifero senza elettricità” del Prof. Alessandro Bertirotti (Affaritaliani.it 21 settembre 2012)

“La storia del frigorifero senza elettricità”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

L’università italiana forma spesso anche giovani di grande talento, e tutti coloro che hanno l’onore di lavorare in università come il sottoscritto lo sanno. Non è questo il problema. Il vero problema è che, una volta formati, i nostri giovani migliori scappano, e non dall’università, ma dalla Nazione Italia, e sempre più col sano desiderio di non tornare. Caterina Falleni, 24 anni, livornese, è la vincitrice di un concorso indetto dalla NASA, dove ha presentato lo stesso progetto che aveva già sottoposto alla Provincia di Livorno e successivamente alla Regione Toscana. Inutile dire che entrambi questi Enti, o meglio i funzionari ed i politici che la dottoranda Falleni ha avuto la sfortuna di incontrare, non le avevano creduto. Sarebbe stato per loro veramente assurdo che una semplice cittadina italiana, per di più livornese, proveniente dalla provincia, inoltre donna, avesse inventato un frigorifero che funzionava senza elettricità.
 

Eppure Caterina era già conosciuta all’estero, perché aveva partecipato al programma Erasmus dell’Unione Europea che permette ai giovani studenti dell’Unione di frequentare corsi universitari esteri riconosciuti come equipollenti dai corsi di laurea italiani. Era stata in Finlandia e poi a Rotterdam presso uno studio di design.
Ora si trova invece in California, presso il Centro di Ricerca dell’Università. Dovrà ritornare in Italia per terminare l’Università (eh, sì… perché Caterina non si è ancora laureata!), anche se conta di ritornare subito dopo negli Stati Uniti, dove occupa un posto decisamente prestigioso. Lei stessa sa che rimanere in questo nostro paese significherebbe trascorrere anni nella più completa frustrazione intellettuale e morale, con tutti i problemi che i funzionari ed i politici sono in grado di creare ai giovani, specialmente quanto essi si presentano forniti di capacità decisamente superiori alla massa, ma non imparentati con qualche noto personaggio. La sua invenzione è il risultato di 4 anni di studio, presso l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze e che ora le ha permesso di lavorare alla Silicon Valley. La sua idea nasce in Africa, quando Caterina si sofferma a riflettere sul processo evaporativo definito cooling, lo stesso per cui la temperatura del nostro corpo si abbassa quando sudiamo. Ha associato questo processo all’utilizzo di materiali PCM ed è nato Freijis: il frigorifero senza elettricità.
 

A Livorno, prima di recarsi in California, Caterina ha cercato, senza successo, di coinvolgere nella sua avventura americana la Provincia e la Regione, senza ottenere nulla, e recandosi così da sola in California si è trovata all’interno di una equipe di ricerca con studiosi provenienti da tutto il modo.
Ecco come vanno le cose in questa pur splendida nazione: formiamo individui che ci contraccambiano con la loro genialità e, poiché non abbiamo l’umiltà di riconoscere che il mondo migliora senza di noi (alcune volte persino, il mondo riesce meravigliosamente a fare a meno di noi…), sminuiamo tutto ciò che effettivamente capiamo esserci superiore. Di questo passo, e ne abbiamo le prove soffermandoci a riflettere su quello che sta accadendo nella nostra nazione, altro che un’Italia commissionariata dall’Unione Europea! Avremo sempre più un’Italia di depressi ignoranti ed imprenditori frustrati.

 
 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/il-frigorifero-senza-elettricit.html?refresh_ce)
 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

http://www.bertirotti.com/

ottobre 1, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento

“L’abito fa il monaco” del Prof. Alessandro Bertirotti (Affaritaliani.it 13 settembre 2012)

L’abito fa il monaco

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?   Affaritaliani.it 

 

È certamente un’importante novità la notizia che l’università di Oxford cambi un articolo del proprio dress code, ossia del codice relativo agli indumenti che gli studenti e i professori devono indossare all’interno della struttura.

Si apprende in effetti da questo articolo http://www.controcampus.it/2012/09/oxford-apre-il-dress-code-agli-studenti-trans/ che saranno permessi capi di abbigliamento consoni all’organizzazione mentale di coloro che li indossano.

Eh, sì… non si tratta di una semplice questione di costume dei tempi, oppure dell’espressione di un termometro sociale che si adegua alle esigenze di tutte le differenze, ma è un vero e proprio sintomo di qualche cosa di molto importante, specialmente dal punto di vista antropologico.

Permettere ai transessuali di vestirsi sulla base del loro sentire interno significa affermare il principio secondo il quale è possibile preservare quella sana coerenza che viene a stabilirsi in ogni essere umano tra interno ed esterno, specialmente quando si tratti di una coerenza esistenziale indispensabile all’evoluzione stessa della specie.

Lungi da me esprimere qualsiasi forma di giudizio morale nei confronti dell’orientamento sessuale transessuale, perché sarebbe in questa sede (e molto spesso in quasi tutte le altre sedi…) oltremodo inutile e pretenzioso. Tuttavia risulta importante, secondo la mia opinione, l’affermazione di questo principio di coerenza tra la parte invisibile della propria identità e quella visibile, ossia il comportamento e con esso l’abbigliamento.

Con questo cambiamento di visione, la grande ed antica università inglese, patria di quel puritanesimo che ha conquistato fette di mercato importante in Europa e nel mondo, si afferma il principio che l’adesione alle regole di una società, in questo caso quella del campus, significa anche rispettare l’interiorità dei suoi membri.

Ecco che l’abito diventa il monaco, senza per questo ribaltare le regole comportamentali di decoro che l’ateneo richiede, perché si tratta di rispettare un codice di abbigliamento che nella massificazione della divisa rispetti l’individualità di ogni membro attivo del campus.

Non mi dilungo su ulteriori considerazioni circa la condizione in cui versiamo noi, qui in Italia, rispetto a questo atteggiamento culturale, perché nel nostro caso si dovrebbero spendere fiumi di parole, per comprendere, giustificare e ragionare sugli equivoci che esistono intorno al “femminile” ed il “maschile”.

Lascio a voi le considerazioni ulteriori…

 

(http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/l-abito-fa-il-monaco.html?refresh_ce)

 

 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

 

http://www.bertirotti.com/

settembre 25, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | 6 commenti

“Il futuro dei nostri giovani” del Prof. Alessandro Bertirotti – (Affaritaliani.it 11 settembre 2012)

Il futuro dei nostri giovani

di Alessandro Bertirotti*

 dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?   Affaritaliani.it 

 

Tutti noi riteniamo che con il termine futuro ci si riferisca a qualche cosa che deve ancora accadere, ma in realtà, nella nostra mente, il futuro accade appena lo pensiamo. In altri termini, per quello che oggi sappiamo del funzionamento del nostro cervello, il solo immaginarsi come potrebbe essere il nostro futuro, ci predispone ad agire perché esso si realizzi. Se questo è il modo di ragionare del cervello umano, quello che pensano i giovani della loro vita futura ci indica in realtà come loro stanno vivendo ora, proprio nel momento in cui s’immaginano come vivere nei tempi a venire.

Ecco che allora, tutto ciò che essi vedono accadere nel mondo degli adulti diventa un punto di riferimento fondamentale, perché anche loro, nell’immaginario che possiedono, possono vedersi adulti domani nello stesso modo in cui gli adulti si manifestano loro oggi. Voglio dire cioè che, i giovani non possono inventarsi di crescere come fossero degli extraterrestri e dunque non potrebbero mai immaginarsi come gli alieni di qualche film di fantascienza. S’immagineranno di continuare a essere uomini, con due braccia e due gambe, e magari su di un’astronave al posto di un’automobile, ma sempre con le fattezze antropologiche identiche agli adulti che osservano. In sostanza, il futuro dei nostri giovani non dipende da quello che diciamo, ma soprattutto da quello che facciamo come adulti, perché solo attraverso un’azione ogni pensiero immaginativo possibile prende corpo nella mente di ognuno di noi.

Non esiste un pensiero che sia completamente estraneo a ciò che ci accade intorno, a quello che facciamo nella nostra vita quotidiana. I giovani potranno avere, come di fatto hanno, una fortissima dose di creatività, ma non potranno mai immaginarsi una realtà che sia completamente slegata dalla loro esperienza quotidiana. Per esempio, nessuno di noi può immaginare di camminare su Marte a testa in giù, perché la nostra esperienza sul camminare avviene utilizzando le gambe e i piedi. Potremo sì, immaginare di vivere su Marte con la giusta attrezzatura se non vi è ossigeno, ma non ci vedremo mai nella situazione di dove capovolgere completamente il nostro stile deambulatorio. Questo mio discorso ha un senso: solo se comprendiamo questo processo mentale, grazie al quale ogni giovane individuo, osservando l’agire degli adulti, s’immagina, a sua volta, proiettato nel futuro, riusciamo a capire il ruolo che i comportamenti degli adulti giocano nell’immaginario e nelle speranze dei nostri giovani. Solo così possiamo capire che ogni nostra azione, prima di qualsiasi parola, è rilevante per i giovani tanto da diventare il riferimento costante e continuo della loro fiducia verso il futuro, le istituzioni e, fondamentalmente la politica. La crisi che stiamo vivendo è economica solo dal punto di vista commerciale, ma è certamente una crisi di esempi, di leadership che sia convincente, ossia in grado di produrre pensiero verso un futuro davvero realizzabile, perché fondato su elementi che sono oggetto di esperienza comune quotidiana.

Questa è la vera scuola, l’Università della vita…

 

 (http://affaritaliani.libero.it/cronache/il-futuro-dei-nostri-giovani090912.html)

 

 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

http://www.bertirotti.com/

settembre 23, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento