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un sentire, mai sentito, è ascoltarmi (sb)

“POVERI SI DIVENTA” Prima Teatrale a PISTOIA “LEGGERE LA CITTA'” – 5 aprile 2014 ore 21.00

Il 5 aprile 2014 al Piccolo Teatro Mauro Bologninialle ore 21,00 andrà in scena la prima di “Poveri si diventa”, spettacolo teatrale nell’ambito dell’iniziativa socio/culturale “Leggere la città” che si terrà a Pistoia dal 3 al 6 aprile 2014.

Da un’idea di Alessandro BertirottiSimonetta BumbiCostantino Lala, e Marco Saporiti il quale ne cura anche la regia e la scenografia, nasce una performance che riunisce, in chiave culturale e sociale, realtà che in molti casi, e inconsapevolmente, affliggono la società odierna.

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aprile 1, 2014 Posted by | arte, cultura, eventi, interviste, musica, teatro | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

8 Marzo 2014 – “Wigwam Club Mare Dentro” di Trapani: “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti”

– Secondo l’Istat, in Italia, sono circa sei milioni le donne vittime di violenze fisiche e il 69% degli episodi di violenza sono firmati dai partner. In ogni parte del mondo la violenza di genere è una piaga sociale che miete vittime –

Sabato 8 Marzo 2014

Ore 09,30 – Istituto Rosina Salvo – Trapani

Ore 18,00 – Molino Excelsior – Valderice  ( Ingresso libero )

L’Evento “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti” è patrocinato dal Comune di Valderice, dall’Istituto Rosina Salvo di Trapani, dal Centro di AscoltoSTOP alla violenza sulle donne “del Comune di Valderice e Buseto Palizzolo.

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marzo 1, 2014 Posted by | eventi | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La Mente Ama – La Musica incontra l’Antropologia della Mente – Roma, 29 marzo ore 21,30 – Teatro Arciliuto

Roma, 29 marzo 2013 ore 21,30 presso il Teatro Arciliuto (Piazza Montevecchio, 5), “La Mente Ama – La Musica incontra l’Antropologia della Mente“.

Orlando Andreucci e Alessandro Bertirotti: Due mondi a confronto. Due personaggi che sfiorano la sensibilità con l’indulgenza della propria mente. Non sono i primi, ma indubbiamente sono coltivatori diretti delle proprie esperienze sul loro campo.

Stiamo parlando di un cantautore e di un antropologo della mente che si incontrano e s’ascoltano, e da questo binomio nasce una collaborazione artistico-culturale.

 

 

Un concerto…Un incontro…Un’occasione di ascolto e di dialogo per capire ciò che siamo con gli affetti e la propria storia.

Perché questo? Perché, forse, tutti abbiamo bisogno d’amore…

*** 

Alessandro BERTIROTTI, Docente di Psicologia Generale e Antropologia della mente,Università degli Studi di Genova e Università Campus Bio-medico di Roma

Orlando ANDREUCCI, cantautore

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VENERDI’ 29 MARZO 2013

dalle ore 20.00 – Apericena preConcerto facoltativo (con prenotazione)

dalle ore 21.30 – Concerto/Incontro nella Sala Teatro

Ingresso Euro 15,00

Prezzo Promozione per gli iscritti alla  NewsLetter del Teatro Arciliuto

Ingresso Euro 12,00

L’iscrizione è gratuita dalla home page di www.arciliuto.it
Si ricorda che il numero dei posti è limitato ed è preferibile la prenotazione scrivendo a info@arciliuto.it o telefonando al tel. 06 6879419 o al mobile 333 8568464

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ALESSANDRO BERTIROTTI Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, Facoltà di Architettura e di Psicologia del Rischio, presso il Master di Secondo Livello in “Sistemi di Gestione della Sicurezza nei luoghi di Lavoro e Analisi del Rischio, all’Università degli Studi di Palermo, Facoltà di Ingegneria; è Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di Specializzazione in Rianimazione e Anestesia dell’Università Campus Bio-medico di Roma e docente di Antropologia della mente per la Università Popolare di Roma UPTER…

È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili) con sede a Milano. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. È già docente di Antropo-logia della Musica e Musicoterapia presso l’I.R.E.M.-S.I.E.M. (Istituto per la Ricerca Etnologica e Musicologia – Società Italiana per l’Educazione Musicale) di Caserta…

Ha partecipato a programmi di studio della Comunità Europea ed è stato consulente del Direttorato Generale Impiego e Affari Sociali della Commissione europea dal 2003 sino al 2008. Dal 2010 partecipa continuativamente a format radiofonici per la Rai Radio Uno. Cura la rubrica “Le visione dell’antropologia della mente” per la Rivista cartacea Credit Village; scrive inoltre per il Bollettino della Comunità scientifica dell’Australasia di Camberra ed è regolarmente ospite di trasmissione radiofoniche per la SBS di Melbourne, Australia…

Il suo ultimo libro “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia” (Il Pozzo di Micene Editore, Firenze) è già alla sua terza edizione.

Ulteriori informazioni sulla sua attività sono ricavabili dal sito  http://www.bertirotti.com/

 

***

ORLANDO ANDREUCCI Orlando Andreucci  nasce a Roma il 07 giugno 1947. Artisticamente a 45 anni, e quasi per gioco. Con la sua voce bussa timidamente per poi appropriarsi di spazi che l’ascoltatore non credeva di avere. Il suo timbro, profondo ed accogliente, si identifica nel tempo che trascorre, e le parole sono tracce di passi che, come in un rewind, possono appartenere a tutti. Con disarmante semplicità, e notevole efficacia, riesce ad armonizzare i generi più svariati, senza temere che essi possano tra loro contraddirsi. Ecco, allora, ritmi brasiliani (con un ammiccare per nulla timido a Jobim) viaggiare in compagnia della migliore tradizione melodica ed a tratti anche lirica italiana.

Sottilissime e persistenti venature di jazz (di cui Andreucci è profondo conoscitore) ritroviamo ad attestare una D.O.C. sulla sua musica regalandoci CD d’Autore (FATTI E PAROLE – FUORI ORARIO – ISTINTO DI CONSERVAZIONE – NOTEDIPAROLE  – INUSITATO)

L’esperienza  artistica di Orlando Andreucci ci conduce per mano verso la semplicità, la delicatezza del tatto e la parola sempre dentro le righe. C’è chi dice che scriva poesia in musica, ed allora se così fosse sarebbe tosto farsi comprendere oggi, oggi che nessuno vuole ascoltare né ascoltarsi, ma l’Andreucci è ancora più duro perché è un “puro” (cit. Giancarlo Mei) e va avanti convinto che il mondo può cambiare. Non ha nulla da insegnare e nulla da inventare, questo lo sa perfettamente, ed è proprio la consapevolezza e tutti gli anni trascorsi all’ascolto lavorando alla Dischi Ricordi che gli danno l’influenza musicale che gli scorre nelle vene e lo confessa senza remore, ma lui li reinterpreta col suo sentire e sentirsi tutt’uno con mondi ritmici che l’hanno sempre affascinato come il jazz e la bossa nova.

E basta ascoltarlo per pochi istanti per rendersi conto che Orlando Andreucci, nell’ambito della canzone d’autore italiana, è simile solo a se stesso.

http://www.orlandoandreucci.com/

 

 

Evento:           La Mente Ama (La Musica incontra l’Antropologia della Mente)

Quando:         Venerdì 29 marzo 2013 ore 21,30

Dove:               Roma – Teatro Arciliuto – Piazza Montevecchio, 5

Con:                Alessandro Bertirotti (Docente di Psicologia Generale e Antropologia della mente, Università degli Studi di Genova  e  Università Campus Bio-medico di Roma)

                            Orlando Andreucci (cantautore)

 

 

marzo 20, 2013 Posted by | alessandro bertirotti, eventi, la mente ama, teatro | , , , , | Lascia un commento

Convegno “Mordi la Mela della Salute – H4 Lavori in corso” – Montecatini Terme (PT) 24 gennaio 2013 ore 14,00

H4è la formula scelta dalla Regione Toscana per designare il complesso dei quattro nuovi Ospedali in rete di Lucca, Pistoia, Prato e Apuane. Da luglio p.v. si prevede l’inizio del trasferimento dal vecchio Ospedale del Ceppo al nuovo Ospedale San Jacopo. In questo contesto di complessivo e importante cambiamento, ad alto impatto sulla sanità provinciale pistoiese, un gruppo di Operatori dell’ASL3 ha deciso di “esserci” attivando uno spazio di riflessione, alfine di fornire stimoli alle componenti politiche e aziendali.

Il Convegno, programmato per il 24 di gennaio 2013 a Montecatini Terme (PT) presso il Palazzo dei Congressi, ha come obiettivo di analizzare la complessità del trasloco dal vecchio al nuovo ospedale sotto i vari profili di criticità : i nuovi spazi, la nuova organizzazione, le relazioni fra gli Operatori e i cittadini-utenti.

Per fare ciò la Cisl F.P. ha offerto supporto logistico e istituzionale, mettendo a disposizione la propria rete di relazioni, a un gruppo di lavoro composto da dipendenti, iscritti e non iscritti, nel tentativo di allargare il campo del confronto, rintracciando opportunità di relazioni per un reciproco stimolo, sostegno e crescita, su temi quali la gestione concreta della cura in un momento di riduzione delle risorse disponibili, durante il quale si avrà il bisogno di nuovi modelli di approccio e di comportamento. In una “Sanità da ripensare” occorre l’attivazione di tutte le risorse possibili e utili, per la ricerca di un linguaggio comune. Per questo si è pensato a un evento che possa ospitare tale ricerca.

Si prevede il supporto, per correttezza e completezza di analisi, del Professor Mario Del Vecchio Economista, della Professoressa Marta Bernardeschi Sociologa, del Professor Gianluca Favero Antropologo, del Professor Bertirotti Alessandro Antropologo e della Dott.ssa Gavazzi Daniela Infermiera, nonché la raccolta di esperienza da parte di Operatori che lavorano attualmente nell’ospedale della Versilia e che già hanno attraversato il processo almeno nelle sue componenti iniziali.

Al termine è prevista una Tavola Rotonda gestita dalla Regista di Radio Rai 1 Di Casimirro Roberta dove sono invitati l’Assessore regionale alla Sanità, il Presidente della conferenza dei Sindaci della provincia di Pistoia, il Direttore generale dell’ASL3, i Direttori delle Professioni Tecnica e Infermieristica /Ostetrica, il presidente del consorzio CO. RI e il presidente dell’AVIS di Pistoia, al fine di definire intenzioni e accordi di programma futuro.

Maggiori Info e Scheda di Partecipazione—> QUI

 

gennaio 14, 2013 Posted by | convegni | , , , , | Lascia un commento

E’ iniziato un nuovo anno…ne siamo proprio sicuri? – di Alessandro Bertirotti

ALESSANDRO BERTIROTTISi ha la tendenza a credere che dopo la notte di San Silvestro termini un periodo e ne inizi un altro, e questo perché abbiamo un calendario che divide la nostra esistenza secondo periodi, proprio come fa la scienza quando cerca di spiegare le cose: divide gli spazi, circoscrivendoli, e divide il tempo, facendo finire alcune azioni e definendo le loro conseguenze con la locuzione “Nuovo Anno”.

 

A questo possono servire i calendari: ad illudere la mente che siamo nel cambiamento e che possiamo ritualizzare alcuni passaggi della nostra vita, segnati appunto dai concetti di “fine” e di “inizio”. Ma siamo sicuri che sia effettivamente così? Ossia, siamo sicuri che questa divisione delle azioni in cause ed effetti, in “prima” e “dopo”, poichè è l’unico modo per percepire il tempo da parte della mente, sia in realtà qualcosa di salutare?

Bene… Ho l’impressione di no, almeno in questo periodo in cui le cose accadono nel modo sembrano essere talmente veloci da essere persino tutte uguali, senza una vera e propria novità in arrivo.

Proviamo a pensare che il 2012 non sia terminato e che da oggi in poi si continui a non contare più quello che ci accade e quello che accade agli altri. La mente, la nostra agenda, i nostri appuntamenti dovrebbero assumere atteggiamenti nuovi rispetto all’idea di cambiamento, di movimento e dunque di “eternità“…

Senza un calendario entreremmo subito nell’eternità, lavorando ed amando per lei, nella sensazione che il nostro contare potrebbe anche cessare di esistere e i cambiamenti nella nostra vita potrebbero avvenire senza che qualcuno ci debba dire se sono scientificamente giusti o sbagliati, veritieri oppure falsi, normali oppure anormali.

Se non sapessimo chi sono gli adulti, potremmo forse decidere chi sono i bambini?

No, non potremmo farlo e scopriremmo che moti bambini sono adulti e molti adulti sono bambini, come del resto accade veramente e in molti casi della nostra esperienza di vita.

Queste divisioni in età sono solo funzionali allo studio dei comportamenti umani, e proprio perché si ritiene che avvengano dei cambiamenti in relazione alle azioni che si compiono durante la nostra vita, secondo criteri di “inizio” e di “fine”.

In realtà, il solo tempo che scorre in noi è quello del corpo, del soma che si scopre cadavere… perché per la mente ogni azioni avviene senza soluzione di continuità nel tempo e solo la ritualizzazione rende l’Uomo consapevole di questi cambiamenti.

E se pensassimo, almeno per una volta che questo 2012 non è terminato, potremmo anche acquistare una consapevolezza diversa verso una delle azioni importanti che in questa Nazione andremo a svolgere a Febbraio: votare.

Ecco che potremmo diventare immediatamente consci del fatto che nulla cambierà se gli attori del cambiamento RESTERANNO LE STESSE PERSONE CHE NON SONO ANCORA CAMBIATE, siano che risultino già eletti che debbano ancora continuare ad essere elettori.

E se il 2012 non è terminato, in realtà noi non andiamo a votare, ma andiamo a CONFERMARE DISCONFERMARE il nostro giudizio sul passato, su quello che è stato e niente affatto su quello che deve ancora accadere.

Sarà dunque il caso che si cominci, secondo me, a ragionare con maggiore attenzione sul concetto di “futuro” e renderci conto che è un termine inadeguato a coloro che ci hanno portato a vivere nelle condizioni di incertezza quasi assoluta nelle quali versiamo.

il futuro...

http://www.bertirotti.com/

gennaio 4, 2013 Posted by | fuori o dentro le righe? | , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Come sta cambiando la relazione madre-figlio”

ALESSANDRO BERTIROTTI“Come sta cambiando la relazione madre-figlio”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

“Davanti al portone della scuola un nutrito gruppo di persone attende: nonni, nonne, mamme con piccoli al fianco, qualche papà. Capelli bianchi, biondi, scuri, qualche testa di donna avvolta in tessuto variopinto. Chiacchierano  pacificamente, in piccoli capannelli. Ad un tratto una campanella lancia il suo suono squillante e dopo poco un mare di bimbi appare, in un tumulto di cavallini selvaggi. Anche qui capini biondi, capini neri, pelli chiare e pelli scure, qualche occhio a mandorla”. Inizia così uno dei capitoli, a pg. 59, del testo di Maria Teresa Veronesi, Madri si nasce? Alla ricerca della maternità, 2008, Edizioni Cinque Terre, La Spezia.

Quante volte ci è capitato di assistere alla stessa scena che la biologa ci racconta in queste righe e quante volte un genitore si è trovato nelle stesse condizioni di attesa descritte. Nell’ambito di queste comunanze esistono però differenze importanti, perché ogni individuo, provenendo da una propria cultura, vivrà identiche esperienze in modo particolare, che è tipico della cultura di appartenenza. Il modo, per esempio, con cui i genitori di questi bambini potranno esprimere l’amore verso di loro avrà atteggiamenti, desideri espressi e latenti differenti e più o meno condivisi dagli altri genitori.

Anche la Veronesi si chiede quanto il rapporto tra i sessi, la tradizione educativa del proprio paese di origine, oppure la vita quotidiana all’interno di uno stesso quartiere metropolitano  potranno influire sulla crescita di questi bambini. Non lo possiamo quantificare, ma possiamo certamente affermare che tutto questo avrà una forte incidenza sullo stile di crescita individuale e collettivo dei futuri adulti.

Per esempio, il ruolo fra i sessi, modellato secondo aspettative culturali ed atteggiamenti mentali consolidati nel corso di anni di storia condivisa, certamente andrà a determinare ciò che crediamo essere “naturale”, come il rapporto tra madre e figlio, oppure padre e figli. In effetti, facendo riferimento alla prolificità di una donna, la dimensione socio-culturale legata a quello che si intende per genitorialità influisce fortemente sulla decisione, appunto, di avere o meno figli, oltre che sul numero di questi ultimi.

La monogamia è lo stile familiare più diffuso al mondo e quello maggiormente istituzionalizzato dalle diverse culture del pianeta, e comporta ovviamente una intrinseca valutazione dell’infedeltà. Si tratta di una valutazione che considera l’infedeltà femminile come decisamente peggiore rispetto a quella maschile, tanto che in alcune culture la prima viene punita persino con la morte, mentre la seconda non viene nemmeno considerata come degna di nota.

“E’ evidente che (…) un figlio adulterino avrà ben poche probabilità di essere accettato e tenuto in vita. Viceversa in alcune popolazioni – generalmente in condizioni economiche difficili – è proprio la moglie legittima a suggerire al marito di prendere una seconda compagna, per poter dividere con lei i pesi domestici, soprattutto quelli delle gravidanze e dell’allevamento dei figli” (Veronesi M.T., 2008:60).

La nostra considerazione finale circa queste argomentazioni è che nella nostra specie la dimensione culturale è talmente importante che non è poi così facile riuscire ad individuare ciò che ancora qualche volta si sente definire come “naturale”, anche se vi sono aspetti biologici che resistono alle diverse tradizioni culturali. Per esempio, il desiderio di attaccamento alla propria creatura, all’interno del rapporto madre-figlio, possiede una forte dimensione biologica che deve coniugarsi con le esigenze culturali di cura.

La presenza, nella relazione madre-figlio, anche nella nostra tradizione culturale europea di qualche anno addietro, della balia, per esempio, è il risultato di atteggiamenti culturali che hanno veicolato il rapporto delle madri con i loro figli. Allattare personalmente il proprio figlio porta con sé, invece, atteggiamenti mentali ed educativi completamente diversi.

In sostanza, sembra che, specialmente in questi periodi di forzata globalizzazione culturale, sia oltremodo necessario soffermarci a pensare al ruolo che la cultura di appartenenza svolge rispetto alla dimensione biologico-evolutiva dei nostri comportamenti. Solo in questo modo, ossia attraverso queste riflessioni, potremo effettivamente comprendere meglio e più a fondo i diversi ruoli culturali che stanno modificando, e forse alterando persino, aspetti della nostra vita biologica.

 

 (http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/come-sta-cambiando-la-relazione-madre-figlio.html)

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

dicembre 13, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “La gelosia”

ALESSANDRO BERTIROTTI“La gelosia”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

La gelosia, sentimento vecchio come il mondo, è stata studiata da discipline diverse ed ogni ottica ci ha presentato una sfaccettatura interessante ed importante. Forse, integrando i differenti punti di vista, potremo capire qualcosa di un sentimento così complesso.

Abbiamo l’ipotesi biologica di Donatella Marazziti, che, analizzando le radici biologiche di questa emozione e comportamento, individua la causa della gelosia nell’alterazione del sistema serotoninergico, con un numero minore dei trasportatori della serotonina. La Serotonina è responsabile del tono del nostro umore ed è dunque legata alle emozioni sia di piacere che di dispiacere. Una sua adeguata produzione e circolazione all’interno del cervello veicola la percezione più o meno positiva di se stessi e degli altri.

Vi è poi l’ipotesi antropologico-culturale, secondo cui la gelosia compare per la prima volta circa un milione di anni fa nelle pianure africane, dove la vita non era per nulla facile. Il maschio preistorico era geloso perché non voleva figli da allevare che non fossero suoi, visto che era già tanto impegnativo nutrire i propri. Questo lo rendeva sospettoso nei confronti di possibili intrusi. La femmina invece era gelosa perché temeva che l’uomo, distratto da altre femmine, potesse trascurare la propria prole e venisse così a mancare il sostentamento alla propria famiglia.

Infine, abbiamo l’ipotesi psicologica di Peter Schellenbaum, secondo cui “i bambini non amati crescono convinti di avere una colpa che condanna all’espulsione permanente dal paradiso dell’affettività”. Il bambino non amato tende ad aggrapparsi al suo oggetto d’amore e vi si attacca sempre più in un abbraccio che nasce dalla paura.
È la tipica sindrome da aggrappamento descritta dallo psicanalista ungherese Imre Hermann. Nella prima infanzia la sindrome da aggrappamento viene superata percorrendo la strada dell’autonomia dosata, cioè basata sulla sicurezza di poter tornare ogni volta al nido materno. La sindrome di aggrappamento, che è praticamente il timore di lasciare il “marsupio”, mette in evidenza le tante facce della paura di rimanere soli, e spesso diventa gelosia. Invece di negarla, distruggendo qualcosa che è radicato fin dall’inizio nel più profondo di noi, occorre imparare che l’oggetto d’amore può essere condiviso. Il nostro desiderio è senza frontiere: gli si devono imporre degli argini, non per incarcerarlo, ma per farlo scorrere come un fiume verso il mare, altrimenti la gelosia diventa espressione d’odio più che d’amore.

Le ricerche dimostrano che uomini e donne sono diversamente gelosi. I maschi sono più reattivi di fronte al tradimento sessuale, perché si sentono colpiti nella loro autostima, mortificati dal confronto con il rivale, mentre le donne temono maggiormente il tradimento affettivo, dimostrando una maggiore preoccupazione per i risvolti che il tradimento può avere sul loro futuro e quello della famiglia, quando ci sono figli.

Oggi, nei giovani la paura del tradimento sessuale si sta affievolendo. I maschi tendono a non mettersi in discussione, e la gelosia scatta quando c’è un altro, un rivale simile a loro, che però riesce meglio nello sport e nel lavoro. Le femmine, al contrario, temono quelle che sentono “diverse”, dissimili, soprattutto se più giovani e più belle.

Un altro spunto di riflessione è il giudizio diverso che, per tradizione, si dà del tradimento del maschio o del tradimento della femmina. Secondo J. K. Campbell, l’onore maschile tende ad essere competitivo e attivo: una volta compromesso può essere ripristinato, mentre l’onore e la vergogna femminili sono invece passivi e difensivi: una volta perduti, non si possono recuperare.

Willy Pasini riferisce “per gli psicologi evoluzionisti, questo è un residuo del fatto che i nostri antenati meno gelosi hanno generato un numero inferiore di discendenti, e quindi i gelosi hanno avuto la possibilità di meglio riprodursi (e trasmettere i loro geni) fino ai nostri giorni. Una gelosia “mediterranea”, insomma, al servizio dell’umanità e della riproduzione. Gli evoluzionisti sostengono infatti che era naturale che il maschio fosse geloso, perché si è dovuto “adattare” all’ambiente e alle compagne “traditrici”, in quanto pare che l’infedeltà ottimizzi il potenziale di fertilità femminile. Ed è vero: ancora oggi una percentuale del 3 al 6 per cento dei bambini risulterebbe illegittima se li sottoponessimo tutti all’esame del sangue o del DNA.

Questo antico impulso “di difesa” rimane inconscio e stimola la possessività. Così si spiega come, anche oggi che possiamo evitare di avere figli grazie alla contraccezione, la gelosia continui a tormentarci come faceva con i nostri antenati.

Anche adesso, che non esiste più l’omicidio con attenuante del “delitto d’onore”, molti uomini hanno reazioni maschiliste per quanto riguarda sessualità e possessività. Però, se oggi domandiamo alle donne infedeli perché tradiscono il marito, la risposta è assolutamente “emozionale”, centrata su di sé: per ritrovare fiducia e per vivere, con un altro uomo, brividi erotici dimenticati o mai provati. Il meccanismo evoluzionista – tradire per aumentare il potenziale riproduttivo – è stato coperto da altre motivazioni, più centrate sulle emozioni femminili”(W.Pasini,2003, Gelosia. L’altra faccia dell’amore, Mondadori Editore, Milano, pgg. 22-23).

 

 (http://www.controcampus.it/2011/10/la-gelosia/)

 

 

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università Campus Bio-medico di Roma e Docente a contratto di Psicologia generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Architettura. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. È presidente dell’Associazione Culturale Opera Omnia (www.associazioneoperaomnia.org), che si occupa di comunicazione culturale e scienze esoteriche. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. E’ membro del Dipartimento Medico-Legale ed opinionista del Movimento Uomo Nuovo di Napoli, presso il Centro di Pastorale Carceraria della Curia di Napoli. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

 

dicembre 10, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “La funzione dell’ansia”

ALESSANDRO BERTIROTTI

“La funzione dell’ansia”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

Quando siamo in preda all’ansia sta accadendo qualcosa di importante attorno a noi e dentro di noi. Perché l’ansia è qualche cosa che l’evoluzione ha selezionato per noi e quale funzione esercita?Qualche mese fa un gruppo di ricercatori, coordinati da Robert Pawlak, dell’Università di Leicester, ha pubblicato su Nature uno studio dedicato alle basi genetiche e fisiologiche responsabili della presenza dello stato d’ansia nelle persone. Lo studio evidenza il processo biochimico che il nostro organismo mette in moto di fronte allo stress, sottolineando come la reazione ad una situazione stressante sia oltremodo personale. La maggior parte di noi è chiamato dalle circostanze dell’attuale stile di vita metropolitano a confrontarsi con eventi traumatici, ma solo alcuni sviluppano disturbi dell’identità, come depressione, fobie, piccole manie ed ossessioni.

Le ragioni di queste differenze non erano state ancora chiarite con precisione, ma con la ricerca di Pawlak ed altri si è confermato il ruolo cruciale svolto dall’amigdala che reagisce a situazioni stressanti con la produzione di una proteina, la neuropsina, che a va a stimolare l’iperattività della stessa amigdala e l’attivazione di un gene legato allo stress cellulare. I ricercatori, attraverso un approccio pluricombinato (genetico, molecolare, elettrofisiologico e comportamentale) hanno scoperto la presenza di un processo biologico sconosciuto che media la risposta ansiosa allo stress.

Dagli studi condotti sui topi emerge che gli animali, quando sono sottoposti a stress, evitano tutte quelle aree di qualsiasi labirinto in cui si sentono meno sicuri. Però, quando le proteine prodotte dall’amigdala vengono bloccate (farmacologicamente o con tecniche geniche) i topi non mostrano quei tratti di insicurezza. Quando le proteine dell’amigdala non entrano in gioco, tutte le conseguenze comportamentali dello stress non si presentano, evidenziando così che l’attività della neuropsina e delle proteine associate possono determinare la vulnerabilità allo stress.

Questo studio non è fine a se stesso, perché dimostra l’importanza neurofisiologica della risposta allo stress da parte dell’organismo. Non si deve in effetti dimenticare che quello che accade in natura nel nostro organismo (escluse tutte quelle manifestazioni definibili ovviamente patologiche), segue regole precise ed è funzionale alla preservazione sia della specie che dell’identità personale.

La presenza di proteine che stimolano risposte ansiose, attivando a sua volta l’espressione di un particolare gene, ci induce a credere che i “geni dell’ansia” siano utili all’ Homo Sapiens sapiens per arrestarsi di fronte a tutte quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. Le Amigdale sono quelle due mandorle del nostro cervello limbico adibite al mantenimento delle pulsioni di vita e di morte. In esse sono presenti i regolatori dei comportamenti positivi e negativi umani, quelli verso l’agire oppure verso l’immobilismo. Quest’ultimo può essere in effetti il risultato di sovrapproduzione di neuropsina che agevola la formazione di atteggiamenti diffusi di insicurezza verso tutto ciò che è nuovo e futuribile, determinando uno stato ansioso che alimenta a sua volta l’abbassamento dell’autostima.

Ecco perché è importante comprendere che di fronte ad ansia da stress si deve riconoscere un avvertimento importante del nostro cervello, che ci indica di cambiare strada, specialmente rispetto ad uno stile di vita che, a lungo andare, potrebbe portarci alla totale immobilità mentale.

 

(http://www.controcampus.it/2011/09/la-funzione-dellansia/)

 

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università Campus Bio-medico di Roma e Docente a contratto di Psicologia generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Architettura. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. È presidente dell’Associazione Culturale Opera Omnia (www.associazioneoperaomnia.org), che si occupa di comunicazione culturale e scienze esoteriche. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. E’ membro del Dipartimento Medico-Legale ed opinionista del Movimento Uomo Nuovo di Napoli, presso il Centro di Pastorale Carceraria della Curia di Napoli. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

 

dicembre 8, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Disoccupati? Per ora…”

ALESSANDRO BERTIROTTI“Disoccupati? Per ora…”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Leggiamo sulle testate nazionali di questa settimana che il numero dei disoccupati a Settembre è cresciuto di quasi 2,8 milioni, superando così il livello raggiunto nel quarto trimestre del 1992.  In circa un mese di vita italiana si sono persi 62.000 posti di lavoro, con particolare riferimento alla componente maschile dei lavoratori. Se poi consideriamo i dati di coloro che, al di sotto dei 25 anni, cercano lavoro, troviamo il 10% dei  nostri giovani.

Siamo in presenza di un tasso di disoccupazione annuo del 2%, e nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni i giovani che cercano lavoro sono circa 608.000, ossia circa il 10,1% dell’intera popolazione che appartiene a tale fascia.

Questa è la situazione, oggettiva. E con questa situazione tutti dobbiamo fare i conti mentali. Dobbiamo cioè elaborare una strategia mentale che ci permetta di credere nel futuro, nonostante la realtà quotidiana che si sperimenta, ci faccia pensare quasi esclusivamente ad una assenza di futuro.

Quando l’essere umano si trova in queste condizioni esistenziali, risponde a tale situazione secondo atteggiamenti mentali storicamente determinati (anche facendo appello alla tradizione famigliare alla quale si appartiene), oppure cercando di individuare, con una forte dose di creatività (legata alla presenza di una identità decisamente sicura e forte), qualche nuovo “stile di pensiero”.

La dimensione originale, secondo noi, rispetto al passato, di questa situazione è l’assenza di indicazioni risolutive proposte dal mondo adulto, sia esso politico (questo, poi, meno che mai è in grado di aiutarci mentalmente…) che della vita comune.

Oggi i giovani sono e si sentono come abbandonati a loro stessi, anche grazie ad atteggiamenti iperprotettivi, i quali rivelano in effetti un forte grado di insicurezza educativa da parte di genitori ai quali rimane solo la protezione, quale sostituto dell’educazione all’autonomia. Non possiamo fare loro, però, una colpa, perché le origini di tale atteggiamento culturale italiano sono molto lontane.

Come possiamo, in qualche modo e misura, aiutare i nostri giovani a vedere un futuro, seppure difficile ma comunque possibile, anche dal punto di vista lavorativo?

Secondo un’ottica antropologico-mentale, possiamo rispondere aiutandoci a ridefinire il mondo che ci circonda utilizzando termini, sostantivi e parole positivi, fiduciosi e pro-attivi, ossia diretti alla realizzazione di azioni future. Può sembrare una ovvietà, ma in realtà il nostro cervello, quando funziona sotto forma di mente, utilizza sempre dei codici per pensare alla realtà, sia essa passata, presente e futura. Imparare a definire la realtà utilizzando termini che creano invece di distruggere, anche evidenziando la fatica che si compie nel fare tutto questo, significa abituare a poco a poco la mente a valorizzare quello che di buono ancora esiste nell’uomo, trascurando quello che invece mortifica la nostra stessa natura.

In secondo luogo, possiamo ricordare a noi stessi la storia dell’umanità, di coloro che ci hanno preceduto e che hanno, in misura incalcolabile, attraversato periodi così difficili da non poter minimamente sperare, all’epoca, di venirne fuori. Abbiamo davvero pensato a come potevano sentirsi tutti quegli individui confinati nei campi di sterminio nazisti e nei Gulag? Sono, peraltro, situazioni ancora esistenti, con nomi e forme apparentemente diversi, in molte parti del mondo.

Voglio dire che, aiutandoci con le parole, grazie alle quali possiamo immaginare un futuro, e ricordando che la vita vince sempre sulla morte, rimembrando il passato, possiamo aiutare noi stessi e i  nostri figli a vivere questa disoccupazione con forza, tenacia e speranza. E vi scrive una persona che è uno “stabile precario” universitario, ossia un individuo che ha trovato nelle altre persone e nella fatica-sofferenza dell’esistere, il motivo per cui vale sempre la pena di non arrendersi.

Sono sicuro che questo periodo terminerà, come termineranno le impudicizie di qualche nostro politico, se impareremo, anche con le parole, a discernere attentamente la luce dal buio. E si tratta di una capacità che abbiamo fisiologicamente in noi, indipendentemente da quello che ci circonda.

La prima luce che illumina la realtà sono i nostri occhi.

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/disoccupati-per-ora.html?refresh_ce)

 

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

dicembre 6, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Compromettersi fa bene… a volte”

“Compromettersi fa bene… a volte”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

Durante la nostra esistenza ci capita spesso di avere esperienze ravvicinate con altre persone, sia per motivi professionali che per motivi personali. Sulla base del criterio vantaggioso/svantaggioso e delle emozioni che esso suscita, si costruisce, simbolicamente e materialmente, una vera e propria realtà nuova.

E questa costruzione si manifesta sotto forma di narrazione, ossia di trattativa, di cui fanno parte necessariamente le esperienze dei singoli individui.

Molto spesso sentiamo dire che il compromesso è qualche cosa di negativo,come se fosse possibile farne a meno. È un’idea decisamente bizzarra, che spiega, forse, la tendenza della tradizione popolare a semplifi­care eccessivamente le difficoltà relazionali umane, nel tentativo di vedere in esse solo un insieme di cause e di effetti.

Ad una attenta analisi, il termine compromesso appare composto da cum, “con”, pro, “a favore di” e mittere, che, sempre in latino, significa “porre, mette­re”, e anche “mandare verso”, come indica il termine mittente, e che “giunge da”. Quando sono di fronte ad un compromesso, non faccio altro che mettere con qualcuno qualche cosa a favore di.

Per esempio, quando ci si innamora, si entra in un compromesso, perché si mette la propria esistenza a favore di qualcuno. In questa originaria e primigenia accezione, il termi­ne compromesso direi che caratterizza l’intera esistenza umana, e senza di esso non sarebbe possibile nessuna forma di aggregazione evolutiva. Senza com­promessi, non solo non esisterebbe quella struttura sociale che serve biologicamen­te alla cura della prole e che chiamiamo famiglia, ma non esisterebbero gruppi sociali, confraternite, associazioni, albi professionali e, infine, nemmeno istituzioni.

Certo la compromissione richiede tempo per portare i suoi frutti, che non pos­sono quasi mai riferirsi alle diverse fasi temporali che caratterizzano un rapporto compromissorio.

Mi spiego meglio.

Il futuro esiste nella mente umana solo se legato a condotte costanti e tenaci che lo rendano sempre più possibile. Se io credo di poter mantenere in vita un rapporto di coppia basandomi sui comportamenti manifesti del partner, senza ipotizzare errori, sarà certamente impossibile che tale rapporto si consolidi nel tempo. Se invece, sono costante nel perseguire la meta, che è la salvaguardia del rapporto amoroso nel tempo, sarò in grado di sopportare e valutare come perio­dici ma superabili, i momenti in cui l’obiettivo e le forze per perseguirlo sono magari meno presenti.

In altri termini, quando in alcune situazioni di vita le mie azioni sembrano meno costanti e coerenti rispetto alle precedenti, nel raggiungimento dello scopo, è utile ricordare a noi stessi l’obiettivo finale per non abbandonarsi al pessimismo.

La nostra mente procede sempre per fasi concre­te di realizzazione, e solo metaforicamente mantiene presente come un tutto unico la realtà. In effetti, operiamo sempre bilanci, che sono la raffinata sintesi fra i risultati che si possono ancora raggiungere e quelli che si sono effettivamente raggiunti.

Vi sono ovviamente situazioni in cui il compromesso non funziona o si rivela utile solo parzialmente nel tempo, perché una delle due persone non merita questo tipo di relazione affettiva. In questi casi, siamo di fronte ad un errore del discernimento iniziale, perché ad una attenta analisi, direi che esistono sempre degli indicatori comportamentali nelle persone che ci agevolano nella valutazione generale. Molto probabilmente in queste situazioni, le aspettative delle due persone implicate nella relazione affettiva sono diverse, e forse uno dei due soggetti in questione è semplicemente un simulatore. Ecco perché diventa necessario, dal mio punto di vista, ricevere una educazione familiare volta al giusto compromesso: per imparare a discernere fin da piccoli dove esso esiste veramente e dove si presenta solo come una mistificazione.

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/compromettersi-fa-bene-a-volte.html)

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

novembre 28, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento