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un sentire, mai sentito, è ascoltarmi (sb)

Alessandro Bertirotti: “L’amore si impara…”

“L’amore si impara…”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Se voglio conoscere più approfonditamente un albero, devo aver avuto la possibilità di vedere o toccare molti alberi simili e diversi tra loro. Per la nostra mente è di fondamentale importanza stabilire similitudini, dunque somiglianze e differenze, in sostanza, variazioni fra le cose. Senza questa capacità di differenziazione tutto ci apparirebbe talmente uguale da non stimolare in noi nessun desiderio di conoscenza.

La curiosità si educa, nel senso che, durante l’infanzia, è possibile stimolare e potenziare nel bambino la sua disponibilità all’essere curioso senza, per questo, renderlo intrusivo. Il bambino nasce già fornito di questa caratteristica mentale, perché l’evoluzione della nostra specie è proprio avvenuta grazie ad essa. Se però durante la crescita il bambino vive in un ambiente che stimola in lui la curiosità, ossia la voglia di scoprire le cose oltre un dato visibile, la sua mente si pone nella condizione di interrogare il mondo costantemente. Consideriamo ad esempio il piacere che tutti i bambini dimostrano nell’utilizzare i colori per disegnare. Ora, se io metto a disposizione del bambino solo tre colori, il rosso, il blu ed il nero, egli utilizzerà solo quelli. Se gli faccio vedere dei disegni in cui compaiono colori diversi da questi tre, egli comincerà a chiedermi se esistono, da qualche parte, altri colori, oltre quelli che utilizza lui. Mettergli dunque a disposizione ulteriori colori, grazie allo stimolo che egli ha ricevuto vedendo un disegno colorato diversamente, rappresenta per lui la possibilità di sviluppare la propria curiosità verso i colori in generale.

Questa possibilità è stata sollecitata nel bambino dal nostro stimolo, grazie al quale egli compie delle vere e proprie operazioni cognitive: analizza i colori accostandoli fra loro per vedere quali sono quelli uguali, quelli simili e quelli diversi; accosta i colori che ha in mano con quelli che vede nel mondo attorno a sé; comincia a prendere in seria considerazione la possibilità di imitare con un disegno colorato quello che vede.

Può sembrare una constatazione relativamente banale, ma in realtà non lo è affatto, perché proprio in questo modo si stabiliscono, si sviluppano la curiosità e processi cognitivi che saranno alla base delle future azioni d’amore che si intraprenderanno una volta adulti.

In effetti, quando imito qualche cosa, in questo caso disegno, io mi avvicino a quella cosa, entro nel mondo misterioso del desiderio. Ritornando al nostro albero iniziale, se io ho dunque avuto la possibilità di disegnare e vedere tanti tipi di alberi, svilupperò l’esigenza di scoprire quanto più è possibile circa gli alberi. Sarò inoltre interessato a stabilire somiglianze e differenze tra alberi che vedrò rappresentati in una fotografia, in un film, invece che in un quadro o in un disegno. E dall’albero, passerò ad interessarmi del mezzo, del supporto, grazie al quale lo vedo, sia esso la fotografia, oppure la pellicola.

Lentamente, di supporto in supporto scoprirò che esistono diversi modi di considerare un albero e che tutti sono, a loro modo, veri. Ecco come si forma nella mente di ogni essere umano l’idea del vero: attraverso una serie costante di scoperte che confermano via via l’iniziale percezione di una cosa. In altre parole, se scopro che la fotografia di un albero è molto simile ad un quadro che ha per soggetto lo stesso albero, oppure ad un albero visto in un film, giungeròalla conclusione che ogni albero sia veramente fatto così come io l’ho sempre visto. Ancora più evidente è la cosa se ho la possibilità di vedere dal vivo gli alberi, ossia se ho la fortuna di vivere in montagna, o comunque lontano dalla città. Lo stesso processo si verifica nel caso di un qualsiasi altro oggetto in un qualsiasi altro contesto. Non si fa qui una questione di luogo e di cose, ma di processi mentali, che si caratterizzano tutti come relazione fra le cose, fra i sistemi organici/inorganici e la natura.

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/l-amore-si-impara.html)

 

L’AUTORE – Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

ottobre 27, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Il femminicidio visto dall’antropologo della mente”

“Il femminicidio visto dall’antropologo della mente”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Nell’articolo 3 della nostra Costituzione si legge: “(…) rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (…)”. La IV Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite definisce nel 1995 la violenza di genere come  il mantenimento di una relazione di potere storicamente determinata tra l’uomo e la donna, favorendo, di fatto, la successiva formulazione di leggi che disciplinino il problema. Viviamo in un mondo nel quale i fondamentali diritti delle persone sono calpestati quasi quotidianamente. Tanto che le parole che si leggono nella Bibbia circa il comportamento degli empi non sembrano essere datate come possiamo credere. Si ha la sensazione, in sostanza, che certe manifestazioni dell’umana convivenza siano persistenti da sempre e che nulla di effettivamente importante sia cambiato, rispetto alla violenza del passato.

In Italia, secondo il rapporto Istat, le donne uccise nel 2011 sono state 127 (di queste, 114 sono state uccise da membri della famiglia, 68  dal partner e 29 dall’ex-partner), con l’aumento del 6,7% , rispetto all’anno precedente e nei primi mesi del 2012 sono più di 63 le donne uccise da maschi umani, che sono spesso mariti, oppure compagni o ex-partner. La maggior parte di queste vittime sono italiane (78%), come, del resto, sono italiani anche i maschi assassini (79%). E’ inutile ricordare inoltre che il 1999 è stato l’Anno Europeo della lotta contro la violenza nei confronti delle donne, perché, in genere, queste dichiarazioni pubblicitarie europee restano lettera morta, senza contribuire di fatto alla costruzione di atteggiamenti e comportamenti concretamente visibili nella vita quotidiana. Si tratta, di dichiarazioni di intenti che rimangono tali, tranne nei casi in cui l’Unione Europea debba decidere di questioni economiche per il benessere di pochi e il malessere di molti.

In questa situazione la nostra cara Italia non ha ancora firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione ed il contrasto della violenza di genere, firmata invece ad Istanbul nel 2010 dai 10 stati europei. Per fortuna in Toscana accade qualche cosa di significativo, sia sul piano politico che su quello civile. Infatti, Marina Staccioli, Consigliere della Regione Toscana e Vice Presidente della Commissione Istituzionale per l’emergenza occupazionale, ha presentato l’11 Settembre 2012, una importante mozione nella quale impegna la Giunta Regionale Toscana a farsi portavoce, presso il Governo italiano, per la modifica della materia in questione, soprattutto per quanto riguarda la semplificazione dell’iter in sede di indagini e l’eventuale condanna dei violentatori. A parte questa fortuna toscana (decisamente rara nel panorama politico della Regione…), quello che ci interessa evidenziare è l’aspetto antropologico dell’iniziativa, e cioè la rilevanza della mozione in se stessa, grazie alla quale si chiede un impegno civile ben preciso.

Siamo di fronte ad una situazione che testimonia come nel nostro paese, che comunque possiede un sistema di valori democratici che ancora sanno far fronte alle tempeste dell’individualismo esasperato, si sia lontani da una vera educazione alla differenza di genere. È in questi ambiti che possiamo valutare la sensibilità di un popolo rispetto all’idea che con la forza si impone una superiorità che il cervello dimostra di non possedere. Eppure, femmine e bambini continuano ad essere le vittime naturalmente privilegiate per esercitare su di esse quel potere che il mondo nega ad alcuni maschi umani, i quali, consapevoli spesso della loro inferiorità culturale, esprimono tanto la loro rabbia quanto il loro dolore in questo turpe modo. Per giungere al rispetto delle differenze dobbiamo cominciare a produrre pensieri adatti allo scopo nei bambini che frequentano l’asilo e dunque la scuola primaria, con temi, e giochi che mettano in luce le funzioni e le azioni che raggiungono obiettivi utili a tutti, proprio in nome di questa differenza. E sono le donne che possono insegnare a tutti noi che l’amore non ha sesso, dal momento che sono loro nelle condizioni di far crescere tanto un maschio quanto una femmina, prima ancora che questi incontrino il mondo dei maschi. Ma per fortuna, e molte donne lo sanno, il mondo dei maschi possiede anche quel rispetto e dolcezza nei riguardi della donna che convive assai bene nel dialogo e nell’affetto che un vero uomo sa esprimere nella propria vita.

 

http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/il-femminicidio.html?refresh_ce

 

L’AUTORE – Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

 

ottobre 16, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Possiamo imparare a essere eroi. Ce lo insegna Capitan…”

“Possiamo imparare a essere eroi. Ce lo insegna Capitan…”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

Abbiamo letto in questi giorni le gesta del pastore tedesco Capitan. Sì, le definisco proprio “gesta”, perché trovarsi tutte le sere alle 18.00  sulla tomba del proprio padrone, morto da sei anni, significa compiere atti eroici.
Ma è possibile che gli animali abbiano un rapporto eroico con gli esseri umani? Specialmente il cane, antico amico della nostra specie?

Sì, penso che sia possibile e a maggior ragione nel rapporto che l’uomo stabilisce con il cane, perché proprio in questo caso non si parla di domesticazione, ma di co-evoluzione, perché questo animale, a sua volta, si è co-evoluto con noi. In altri termini, nel nostro rapporto con il cane non possiamo affermare che si tratti di una “domesticazione”, come accade, per esempio nei confronti del gatto, ma di una relazione affettivo-emozionale che è diventata per entrambi uno stile di via cognitivo.

Quando si parla di co-evoluzione si vuole mettere l’accento sul rapporto straodinariamente stretto che si può stabilire tra due specie diverse che abitano nella stessa comunità, a tal punto che l’una è selettiva per l’altra e viceversa. Il risultato più evidente di questo particolarissimo rapporto è che le due specie imparano a influenzarsi vicendevolmente.

Ecco perché la morte di Miguel Guzman, il padrone di Capitan, influenza ancora il comportamento del cane, perché il cane stesso si è abituato (secondo una terminologia più scientifica si dice condizionato) ad essere influenzato dal suo padrone. L’assenza del padrone implica così che il cane continui ad esprimere quello che ha imparato durante il suo rapporto con Miguel: stargli vicino, nel  luogo dove egli abita, ora nel cimitero.

Ecco cosa imparano le specie che si co-evolvono fra loro, a stabilire un rapporto di reciproca solidarietà, anche se può trattarsi di un rapporto predatorio (preda – predatore), parassitico (ospite – parassita) oppure simbiotico (ospite – simbionte).

Ma io ho parlato di rapporto eroico, che è, in realtà, una valutazione cognitiva e psicologica che si attribuisce ad un rapporto co-evoluto, ossia di influenza reciproca. In questo caso, l’assenza di uno dei due attori della relazione influenza la vita dell’altro, a tal punto che questa assenza viene trasformata in una presenza, quella sotto terra nel cimitero. Per Capitan, il suo padrone Guzman è lì, e lo attende… semplicemente.

Bene, cosa possiamo imparare noi da questo essenziale e semplice atteggiamento? Beh, molte cose! Una certamente: possiamo rimanere vicini a ciò che ci ha positivamente influenzati tutta la vita, alle persone che abbiamo amato e che ci hanno amato, e lo possiamo fare con la memoria, con il nostro ricordo. Questo stile cognitivo, ossia uno tra i tanti modi che la mente umana può utilizzare per esistere, è il più importante insegnamento che la storia ci può regalare.

In fondo, è la memoria, cioè la propria storia, che rende gli uomini interessanti…

Eppure, siamo talmente sordi e ciechi oramai a questi insegnamenti, che ce ne ricordiamo solo quando un meraviglioso cane è così solidale da insegnarci a vivere fra noi, che diciamo di essere uomini.

 

 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/possiamo-imparare-a-essere-eroi-ce-lo-insegna-capitan.html?refresh_ce)

 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

http://www.bertirotti.com/

ottobre 8, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento

“La storia del frigorifero senza elettricità” del Prof. Alessandro Bertirotti (Affaritaliani.it 21 settembre 2012)

“La storia del frigorifero senza elettricità”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

L’università italiana forma spesso anche giovani di grande talento, e tutti coloro che hanno l’onore di lavorare in università come il sottoscritto lo sanno. Non è questo il problema. Il vero problema è che, una volta formati, i nostri giovani migliori scappano, e non dall’università, ma dalla Nazione Italia, e sempre più col sano desiderio di non tornare. Caterina Falleni, 24 anni, livornese, è la vincitrice di un concorso indetto dalla NASA, dove ha presentato lo stesso progetto che aveva già sottoposto alla Provincia di Livorno e successivamente alla Regione Toscana. Inutile dire che entrambi questi Enti, o meglio i funzionari ed i politici che la dottoranda Falleni ha avuto la sfortuna di incontrare, non le avevano creduto. Sarebbe stato per loro veramente assurdo che una semplice cittadina italiana, per di più livornese, proveniente dalla provincia, inoltre donna, avesse inventato un frigorifero che funzionava senza elettricità.
 

Eppure Caterina era già conosciuta all’estero, perché aveva partecipato al programma Erasmus dell’Unione Europea che permette ai giovani studenti dell’Unione di frequentare corsi universitari esteri riconosciuti come equipollenti dai corsi di laurea italiani. Era stata in Finlandia e poi a Rotterdam presso uno studio di design.
Ora si trova invece in California, presso il Centro di Ricerca dell’Università. Dovrà ritornare in Italia per terminare l’Università (eh, sì… perché Caterina non si è ancora laureata!), anche se conta di ritornare subito dopo negli Stati Uniti, dove occupa un posto decisamente prestigioso. Lei stessa sa che rimanere in questo nostro paese significherebbe trascorrere anni nella più completa frustrazione intellettuale e morale, con tutti i problemi che i funzionari ed i politici sono in grado di creare ai giovani, specialmente quanto essi si presentano forniti di capacità decisamente superiori alla massa, ma non imparentati con qualche noto personaggio. La sua invenzione è il risultato di 4 anni di studio, presso l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze e che ora le ha permesso di lavorare alla Silicon Valley. La sua idea nasce in Africa, quando Caterina si sofferma a riflettere sul processo evaporativo definito cooling, lo stesso per cui la temperatura del nostro corpo si abbassa quando sudiamo. Ha associato questo processo all’utilizzo di materiali PCM ed è nato Freijis: il frigorifero senza elettricità.
 

A Livorno, prima di recarsi in California, Caterina ha cercato, senza successo, di coinvolgere nella sua avventura americana la Provincia e la Regione, senza ottenere nulla, e recandosi così da sola in California si è trovata all’interno di una equipe di ricerca con studiosi provenienti da tutto il modo.
Ecco come vanno le cose in questa pur splendida nazione: formiamo individui che ci contraccambiano con la loro genialità e, poiché non abbiamo l’umiltà di riconoscere che il mondo migliora senza di noi (alcune volte persino, il mondo riesce meravigliosamente a fare a meno di noi…), sminuiamo tutto ciò che effettivamente capiamo esserci superiore. Di questo passo, e ne abbiamo le prove soffermandoci a riflettere su quello che sta accadendo nella nostra nazione, altro che un’Italia commissionariata dall’Unione Europea! Avremo sempre più un’Italia di depressi ignoranti ed imprenditori frustrati.

 
 

(http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/il-frigorifero-senza-elettricit.html?refresh_ce)
 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

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ottobre 1, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento

“L’abito fa il monaco” del Prof. Alessandro Bertirotti (Affaritaliani.it 13 settembre 2012)

L’abito fa il monaco

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?   Affaritaliani.it 

 

È certamente un’importante novità la notizia che l’università di Oxford cambi un articolo del proprio dress code, ossia del codice relativo agli indumenti che gli studenti e i professori devono indossare all’interno della struttura.

Si apprende in effetti da questo articolo http://www.controcampus.it/2012/09/oxford-apre-il-dress-code-agli-studenti-trans/ che saranno permessi capi di abbigliamento consoni all’organizzazione mentale di coloro che li indossano.

Eh, sì… non si tratta di una semplice questione di costume dei tempi, oppure dell’espressione di un termometro sociale che si adegua alle esigenze di tutte le differenze, ma è un vero e proprio sintomo di qualche cosa di molto importante, specialmente dal punto di vista antropologico.

Permettere ai transessuali di vestirsi sulla base del loro sentire interno significa affermare il principio secondo il quale è possibile preservare quella sana coerenza che viene a stabilirsi in ogni essere umano tra interno ed esterno, specialmente quando si tratti di una coerenza esistenziale indispensabile all’evoluzione stessa della specie.

Lungi da me esprimere qualsiasi forma di giudizio morale nei confronti dell’orientamento sessuale transessuale, perché sarebbe in questa sede (e molto spesso in quasi tutte le altre sedi…) oltremodo inutile e pretenzioso. Tuttavia risulta importante, secondo la mia opinione, l’affermazione di questo principio di coerenza tra la parte invisibile della propria identità e quella visibile, ossia il comportamento e con esso l’abbigliamento.

Con questo cambiamento di visione, la grande ed antica università inglese, patria di quel puritanesimo che ha conquistato fette di mercato importante in Europa e nel mondo, si afferma il principio che l’adesione alle regole di una società, in questo caso quella del campus, significa anche rispettare l’interiorità dei suoi membri.

Ecco che l’abito diventa il monaco, senza per questo ribaltare le regole comportamentali di decoro che l’ateneo richiede, perché si tratta di rispettare un codice di abbigliamento che nella massificazione della divisa rispetti l’individualità di ogni membro attivo del campus.

Non mi dilungo su ulteriori considerazioni circa la condizione in cui versiamo noi, qui in Italia, rispetto a questo atteggiamento culturale, perché nel nostro caso si dovrebbero spendere fiumi di parole, per comprendere, giustificare e ragionare sugli equivoci che esistono intorno al “femminile” ed il “maschile”.

Lascio a voi le considerazioni ulteriori…

 

(http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/l-abito-fa-il-monaco.html?refresh_ce)

 

 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

 

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settembre 25, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | 6 commenti

“Il futuro dei nostri giovani” del Prof. Alessandro Bertirotti – (Affaritaliani.it 11 settembre 2012)

Il futuro dei nostri giovani

di Alessandro Bertirotti*

 dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?   Affaritaliani.it 

 

Tutti noi riteniamo che con il termine futuro ci si riferisca a qualche cosa che deve ancora accadere, ma in realtà, nella nostra mente, il futuro accade appena lo pensiamo. In altri termini, per quello che oggi sappiamo del funzionamento del nostro cervello, il solo immaginarsi come potrebbe essere il nostro futuro, ci predispone ad agire perché esso si realizzi. Se questo è il modo di ragionare del cervello umano, quello che pensano i giovani della loro vita futura ci indica in realtà come loro stanno vivendo ora, proprio nel momento in cui s’immaginano come vivere nei tempi a venire.

Ecco che allora, tutto ciò che essi vedono accadere nel mondo degli adulti diventa un punto di riferimento fondamentale, perché anche loro, nell’immaginario che possiedono, possono vedersi adulti domani nello stesso modo in cui gli adulti si manifestano loro oggi. Voglio dire cioè che, i giovani non possono inventarsi di crescere come fossero degli extraterrestri e dunque non potrebbero mai immaginarsi come gli alieni di qualche film di fantascienza. S’immagineranno di continuare a essere uomini, con due braccia e due gambe, e magari su di un’astronave al posto di un’automobile, ma sempre con le fattezze antropologiche identiche agli adulti che osservano. In sostanza, il futuro dei nostri giovani non dipende da quello che diciamo, ma soprattutto da quello che facciamo come adulti, perché solo attraverso un’azione ogni pensiero immaginativo possibile prende corpo nella mente di ognuno di noi.

Non esiste un pensiero che sia completamente estraneo a ciò che ci accade intorno, a quello che facciamo nella nostra vita quotidiana. I giovani potranno avere, come di fatto hanno, una fortissima dose di creatività, ma non potranno mai immaginarsi una realtà che sia completamente slegata dalla loro esperienza quotidiana. Per esempio, nessuno di noi può immaginare di camminare su Marte a testa in giù, perché la nostra esperienza sul camminare avviene utilizzando le gambe e i piedi. Potremo sì, immaginare di vivere su Marte con la giusta attrezzatura se non vi è ossigeno, ma non ci vedremo mai nella situazione di dove capovolgere completamente il nostro stile deambulatorio. Questo mio discorso ha un senso: solo se comprendiamo questo processo mentale, grazie al quale ogni giovane individuo, osservando l’agire degli adulti, s’immagina, a sua volta, proiettato nel futuro, riusciamo a capire il ruolo che i comportamenti degli adulti giocano nell’immaginario e nelle speranze dei nostri giovani. Solo così possiamo capire che ogni nostra azione, prima di qualsiasi parola, è rilevante per i giovani tanto da diventare il riferimento costante e continuo della loro fiducia verso il futuro, le istituzioni e, fondamentalmente la politica. La crisi che stiamo vivendo è economica solo dal punto di vista commerciale, ma è certamente una crisi di esempi, di leadership che sia convincente, ossia in grado di produrre pensiero verso un futuro davvero realizzabile, perché fondato su elementi che sono oggetto di esperienza comune quotidiana.

Questa è la vera scuola, l’Università della vita…

 

 (http://affaritaliani.libero.it/cronache/il-futuro-dei-nostri-giovani090912.html)

 

 

*Alessandro Bertirotti è docente di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Genova, di Psicologia del Rischio presso l’Università degli Studi di Palermo, nonché Visiting Professor di Antropologia della mente presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È socio fondatore e vice presidente dell’Associazione Nazionale per l’Integrazione Lavorativa e l’emancipazione dei Diversamente Abili e membro attivo di numerose associazioni che si occupano di antropologia.

Dal 2010 partecipa a format radiofonici per la Rai Radio Uno e scrive su diverse riviste scientifiche e culturali cartacee ed on-line.

Ha pubblicato diversi libri tra i quali “La mente ama. Per capire i nostri affetti e la nostra storia”.

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settembre 23, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento