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Alessandro Bertirotti: “Come sta cambiando la relazione madre-figlio”

ALESSANDRO BERTIROTTI“Come sta cambiando la relazione madre-figlio”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “E l’antropologo della mente?  Affaritaliani.it 

 

“Davanti al portone della scuola un nutrito gruppo di persone attende: nonni, nonne, mamme con piccoli al fianco, qualche papà. Capelli bianchi, biondi, scuri, qualche testa di donna avvolta in tessuto variopinto. Chiacchierano  pacificamente, in piccoli capannelli. Ad un tratto una campanella lancia il suo suono squillante e dopo poco un mare di bimbi appare, in un tumulto di cavallini selvaggi. Anche qui capini biondi, capini neri, pelli chiare e pelli scure, qualche occhio a mandorla”. Inizia così uno dei capitoli, a pg. 59, del testo di Maria Teresa Veronesi, Madri si nasce? Alla ricerca della maternità, 2008, Edizioni Cinque Terre, La Spezia.

Quante volte ci è capitato di assistere alla stessa scena che la biologa ci racconta in queste righe e quante volte un genitore si è trovato nelle stesse condizioni di attesa descritte. Nell’ambito di queste comunanze esistono però differenze importanti, perché ogni individuo, provenendo da una propria cultura, vivrà identiche esperienze in modo particolare, che è tipico della cultura di appartenenza. Il modo, per esempio, con cui i genitori di questi bambini potranno esprimere l’amore verso di loro avrà atteggiamenti, desideri espressi e latenti differenti e più o meno condivisi dagli altri genitori.

Anche la Veronesi si chiede quanto il rapporto tra i sessi, la tradizione educativa del proprio paese di origine, oppure la vita quotidiana all’interno di uno stesso quartiere metropolitano  potranno influire sulla crescita di questi bambini. Non lo possiamo quantificare, ma possiamo certamente affermare che tutto questo avrà una forte incidenza sullo stile di crescita individuale e collettivo dei futuri adulti.

Per esempio, il ruolo fra i sessi, modellato secondo aspettative culturali ed atteggiamenti mentali consolidati nel corso di anni di storia condivisa, certamente andrà a determinare ciò che crediamo essere “naturale”, come il rapporto tra madre e figlio, oppure padre e figli. In effetti, facendo riferimento alla prolificità di una donna, la dimensione socio-culturale legata a quello che si intende per genitorialità influisce fortemente sulla decisione, appunto, di avere o meno figli, oltre che sul numero di questi ultimi.

La monogamia è lo stile familiare più diffuso al mondo e quello maggiormente istituzionalizzato dalle diverse culture del pianeta, e comporta ovviamente una intrinseca valutazione dell’infedeltà. Si tratta di una valutazione che considera l’infedeltà femminile come decisamente peggiore rispetto a quella maschile, tanto che in alcune culture la prima viene punita persino con la morte, mentre la seconda non viene nemmeno considerata come degna di nota.

“E’ evidente che (…) un figlio adulterino avrà ben poche probabilità di essere accettato e tenuto in vita. Viceversa in alcune popolazioni – generalmente in condizioni economiche difficili – è proprio la moglie legittima a suggerire al marito di prendere una seconda compagna, per poter dividere con lei i pesi domestici, soprattutto quelli delle gravidanze e dell’allevamento dei figli” (Veronesi M.T., 2008:60).

La nostra considerazione finale circa queste argomentazioni è che nella nostra specie la dimensione culturale è talmente importante che non è poi così facile riuscire ad individuare ciò che ancora qualche volta si sente definire come “naturale”, anche se vi sono aspetti biologici che resistono alle diverse tradizioni culturali. Per esempio, il desiderio di attaccamento alla propria creatura, all’interno del rapporto madre-figlio, possiede una forte dimensione biologica che deve coniugarsi con le esigenze culturali di cura.

La presenza, nella relazione madre-figlio, anche nella nostra tradizione culturale europea di qualche anno addietro, della balia, per esempio, è il risultato di atteggiamenti culturali che hanno veicolato il rapporto delle madri con i loro figli. Allattare personalmente il proprio figlio porta con sé, invece, atteggiamenti mentali ed educativi completamente diversi.

In sostanza, sembra che, specialmente in questi periodi di forzata globalizzazione culturale, sia oltremodo necessario soffermarci a pensare al ruolo che la cultura di appartenenza svolge rispetto alla dimensione biologico-evolutiva dei nostri comportamenti. Solo in questo modo, ossia attraverso queste riflessioni, potremo effettivamente comprendere meglio e più a fondo i diversi ruoli culturali che stanno modificando, e forse alterando persino, aspetti della nostra vita biologica.

 

 (http://affaritaliani.libero.it/rubriche/antropologo_mente/come-sta-cambiando-la-relazione-madre-figlio.html)

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

dicembre 13, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento