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un sentire, mai sentito, è ascoltarmi (sb)

Alessandro Bertirotti: “La gelosia”

ALESSANDRO BERTIROTTI“La gelosia”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

La gelosia, sentimento vecchio come il mondo, è stata studiata da discipline diverse ed ogni ottica ci ha presentato una sfaccettatura interessante ed importante. Forse, integrando i differenti punti di vista, potremo capire qualcosa di un sentimento così complesso.

Abbiamo l’ipotesi biologica di Donatella Marazziti, che, analizzando le radici biologiche di questa emozione e comportamento, individua la causa della gelosia nell’alterazione del sistema serotoninergico, con un numero minore dei trasportatori della serotonina. La Serotonina è responsabile del tono del nostro umore ed è dunque legata alle emozioni sia di piacere che di dispiacere. Una sua adeguata produzione e circolazione all’interno del cervello veicola la percezione più o meno positiva di se stessi e degli altri.

Vi è poi l’ipotesi antropologico-culturale, secondo cui la gelosia compare per la prima volta circa un milione di anni fa nelle pianure africane, dove la vita non era per nulla facile. Il maschio preistorico era geloso perché non voleva figli da allevare che non fossero suoi, visto che era già tanto impegnativo nutrire i propri. Questo lo rendeva sospettoso nei confronti di possibili intrusi. La femmina invece era gelosa perché temeva che l’uomo, distratto da altre femmine, potesse trascurare la propria prole e venisse così a mancare il sostentamento alla propria famiglia.

Infine, abbiamo l’ipotesi psicologica di Peter Schellenbaum, secondo cui “i bambini non amati crescono convinti di avere una colpa che condanna all’espulsione permanente dal paradiso dell’affettività”. Il bambino non amato tende ad aggrapparsi al suo oggetto d’amore e vi si attacca sempre più in un abbraccio che nasce dalla paura.
È la tipica sindrome da aggrappamento descritta dallo psicanalista ungherese Imre Hermann. Nella prima infanzia la sindrome da aggrappamento viene superata percorrendo la strada dell’autonomia dosata, cioè basata sulla sicurezza di poter tornare ogni volta al nido materno. La sindrome di aggrappamento, che è praticamente il timore di lasciare il “marsupio”, mette in evidenza le tante facce della paura di rimanere soli, e spesso diventa gelosia. Invece di negarla, distruggendo qualcosa che è radicato fin dall’inizio nel più profondo di noi, occorre imparare che l’oggetto d’amore può essere condiviso. Il nostro desiderio è senza frontiere: gli si devono imporre degli argini, non per incarcerarlo, ma per farlo scorrere come un fiume verso il mare, altrimenti la gelosia diventa espressione d’odio più che d’amore.

Le ricerche dimostrano che uomini e donne sono diversamente gelosi. I maschi sono più reattivi di fronte al tradimento sessuale, perché si sentono colpiti nella loro autostima, mortificati dal confronto con il rivale, mentre le donne temono maggiormente il tradimento affettivo, dimostrando una maggiore preoccupazione per i risvolti che il tradimento può avere sul loro futuro e quello della famiglia, quando ci sono figli.

Oggi, nei giovani la paura del tradimento sessuale si sta affievolendo. I maschi tendono a non mettersi in discussione, e la gelosia scatta quando c’è un altro, un rivale simile a loro, che però riesce meglio nello sport e nel lavoro. Le femmine, al contrario, temono quelle che sentono “diverse”, dissimili, soprattutto se più giovani e più belle.

Un altro spunto di riflessione è il giudizio diverso che, per tradizione, si dà del tradimento del maschio o del tradimento della femmina. Secondo J. K. Campbell, l’onore maschile tende ad essere competitivo e attivo: una volta compromesso può essere ripristinato, mentre l’onore e la vergogna femminili sono invece passivi e difensivi: una volta perduti, non si possono recuperare.

Willy Pasini riferisce “per gli psicologi evoluzionisti, questo è un residuo del fatto che i nostri antenati meno gelosi hanno generato un numero inferiore di discendenti, e quindi i gelosi hanno avuto la possibilità di meglio riprodursi (e trasmettere i loro geni) fino ai nostri giorni. Una gelosia “mediterranea”, insomma, al servizio dell’umanità e della riproduzione. Gli evoluzionisti sostengono infatti che era naturale che il maschio fosse geloso, perché si è dovuto “adattare” all’ambiente e alle compagne “traditrici”, in quanto pare che l’infedeltà ottimizzi il potenziale di fertilità femminile. Ed è vero: ancora oggi una percentuale del 3 al 6 per cento dei bambini risulterebbe illegittima se li sottoponessimo tutti all’esame del sangue o del DNA.

Questo antico impulso “di difesa” rimane inconscio e stimola la possessività. Così si spiega come, anche oggi che possiamo evitare di avere figli grazie alla contraccezione, la gelosia continui a tormentarci come faceva con i nostri antenati.

Anche adesso, che non esiste più l’omicidio con attenuante del “delitto d’onore”, molti uomini hanno reazioni maschiliste per quanto riguarda sessualità e possessività. Però, se oggi domandiamo alle donne infedeli perché tradiscono il marito, la risposta è assolutamente “emozionale”, centrata su di sé: per ritrovare fiducia e per vivere, con un altro uomo, brividi erotici dimenticati o mai provati. Il meccanismo evoluzionista – tradire per aumentare il potenziale riproduttivo – è stato coperto da altre motivazioni, più centrate sulle emozioni femminili”(W.Pasini,2003, Gelosia. L’altra faccia dell’amore, Mondadori Editore, Milano, pgg. 22-23).

 

 (http://www.controcampus.it/2011/10/la-gelosia/)

 

 

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università Campus Bio-medico di Roma e Docente a contratto di Psicologia generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Architettura. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. È presidente dell’Associazione Culturale Opera Omnia (www.associazioneoperaomnia.org), che si occupa di comunicazione culturale e scienze esoteriche. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. E’ membro del Dipartimento Medico-Legale ed opinionista del Movimento Uomo Nuovo di Napoli, presso il Centro di Pastorale Carceraria della Curia di Napoli. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

 

dicembre 10, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “La funzione dell’ansia”

ALESSANDRO BERTIROTTI

“La funzione dell’ansia”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

Quando siamo in preda all’ansia sta accadendo qualcosa di importante attorno a noi e dentro di noi. Perché l’ansia è qualche cosa che l’evoluzione ha selezionato per noi e quale funzione esercita?Qualche mese fa un gruppo di ricercatori, coordinati da Robert Pawlak, dell’Università di Leicester, ha pubblicato su Nature uno studio dedicato alle basi genetiche e fisiologiche responsabili della presenza dello stato d’ansia nelle persone. Lo studio evidenza il processo biochimico che il nostro organismo mette in moto di fronte allo stress, sottolineando come la reazione ad una situazione stressante sia oltremodo personale. La maggior parte di noi è chiamato dalle circostanze dell’attuale stile di vita metropolitano a confrontarsi con eventi traumatici, ma solo alcuni sviluppano disturbi dell’identità, come depressione, fobie, piccole manie ed ossessioni.

Le ragioni di queste differenze non erano state ancora chiarite con precisione, ma con la ricerca di Pawlak ed altri si è confermato il ruolo cruciale svolto dall’amigdala che reagisce a situazioni stressanti con la produzione di una proteina, la neuropsina, che a va a stimolare l’iperattività della stessa amigdala e l’attivazione di un gene legato allo stress cellulare. I ricercatori, attraverso un approccio pluricombinato (genetico, molecolare, elettrofisiologico e comportamentale) hanno scoperto la presenza di un processo biologico sconosciuto che media la risposta ansiosa allo stress.

Dagli studi condotti sui topi emerge che gli animali, quando sono sottoposti a stress, evitano tutte quelle aree di qualsiasi labirinto in cui si sentono meno sicuri. Però, quando le proteine prodotte dall’amigdala vengono bloccate (farmacologicamente o con tecniche geniche) i topi non mostrano quei tratti di insicurezza. Quando le proteine dell’amigdala non entrano in gioco, tutte le conseguenze comportamentali dello stress non si presentano, evidenziando così che l’attività della neuropsina e delle proteine associate possono determinare la vulnerabilità allo stress.

Questo studio non è fine a se stesso, perché dimostra l’importanza neurofisiologica della risposta allo stress da parte dell’organismo. Non si deve in effetti dimenticare che quello che accade in natura nel nostro organismo (escluse tutte quelle manifestazioni definibili ovviamente patologiche), segue regole precise ed è funzionale alla preservazione sia della specie che dell’identità personale.

La presenza di proteine che stimolano risposte ansiose, attivando a sua volta l’espressione di un particolare gene, ci induce a credere che i “geni dell’ansia” siano utili all’ Homo Sapiens sapiens per arrestarsi di fronte a tutte quelle situazioni che mettono a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. Le Amigdale sono quelle due mandorle del nostro cervello limbico adibite al mantenimento delle pulsioni di vita e di morte. In esse sono presenti i regolatori dei comportamenti positivi e negativi umani, quelli verso l’agire oppure verso l’immobilismo. Quest’ultimo può essere in effetti il risultato di sovrapproduzione di neuropsina che agevola la formazione di atteggiamenti diffusi di insicurezza verso tutto ciò che è nuovo e futuribile, determinando uno stato ansioso che alimenta a sua volta l’abbassamento dell’autostima.

Ecco perché è importante comprendere che di fronte ad ansia da stress si deve riconoscere un avvertimento importante del nostro cervello, che ci indica di cambiare strada, specialmente rispetto ad uno stile di vita che, a lungo andare, potrebbe portarci alla totale immobilità mentale.

 

(http://www.controcampus.it/2011/09/la-funzione-dellansia/)

 

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università Campus Bio-medico di Roma e Docente a contratto di Psicologia generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Architettura. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. È presidente dell’Associazione Culturale Opera Omnia (www.associazioneoperaomnia.org), che si occupa di comunicazione culturale e scienze esoteriche. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. E’ membro del Dipartimento Medico-Legale ed opinionista del Movimento Uomo Nuovo di Napoli, presso il Centro di Pastorale Carceraria della Curia di Napoli. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

 

dicembre 8, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “La competenza sociale”

“La competenza sociale”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

Come si forma la percezione di se stessi e quella degli altri? La nostra identità è frutto della relazione costante con gli altri individui e con le cose del mondo. Il processo mentale che ci permette di acquisire le cosiddette competenze sociali inizia in concomitanza con la nascita delle emozioni sociali di cui abbiamo trattato nello scorso articolo. Anzi, si potrebbe affermare che le due cose sono in stretta dipendenza fra loro, ed il loro sviluppo sfocia nella gestione adulta di tutti quei comportamenti con i quali affrontiamo l’intera vita nel rapporto con gli altri individui, siano essi conosciuti o sconosciuti.

Vivere nella società, ossia in dinamiche relazionali di alleanza, è difficile, perché, in qualche modo, implica l’aver avuto la possibilità, durante l’infanzia e l’adolescenza, di capire che tutte le persone provano in misura diversa le mie stesse emozioni, con gli stessi stati interni, pensieri ed intenzioni, scopi e norme di valori condivisi.

Ecco perché il requisito fondamentale per il nostro inserimento nella società è la comprensione di se stessi, intimamente congiunta alla comprensione degli altri, anche se in questo legame ci percepiamo individui relativamente autonomi e reciprocamente distinti. Si tratta di un raffinatissimo gioco cognitivo, tra la percezione di quello che credo di essere io, con le mie emozioni e i miei sentimenti, e quello che penso siano gli altri, con le loro emozioni e sentimenti, simili ai miei anche se con qualche particolarità che li rende distinti dai miei.

Quello che mi interessa fare notare qui, è che la ricerca psicologica non ha ancora scoperto se in questo dinamismo compare prima la percezione di se stessi oppure quella degli altri. In sostanza, non sappiamo se si sviluppa in noi prima la conoscenza di se stessi, oppure quella altrui, anche se siamo certi che quando il bambino comincia a comprendere che esiste una differenza fra se stesso e gli altri siamo di fronte al suo proto-ingresso nel mondo sociale.

In linea generale, il periodo in cui si verifica la nascita di questa conoscenza, che appunto andrà declinandosi per tutto il resto della vita, assumendo anche caratteristiche evolutive tipiche dell’ambiente nel quale si vivrà, è situabile intorno al terzo anno di età, quando, ad esempio, la figura del padre acquisisce un ruolo fondamentale nello sviluppo del bambino. Ma avremo occasione di parlare più diffusamente di questo tema, ossia della paternità, perché spesso viene confusa con una mera partecipazione ludica alla vita infantile, quando la dimensione educativa è ben altra cosa che il semplice, seppure importantissimo, gioco.

Dunque, dal terzo anno in poi ogni individuo, in qualsiasi società umana, comincia a prendere coscienza di quello che prova e sente personalmente, come separato eppure simile a quello che provano e sentono gli altri. Le due cose, allo stato attuale della ricerca, sembrano svilupparsi parallelamente e non siamo in grado di sapere se nasca prima l’una o l’altra.

Dal mio punto di vista, di antropologo della mente, penso che la funzionalità mentale, essendo sostanzialmente relazionale (interna, con gli aspetti cosiddetti propiocettivi) ed esterna (con gli aspetti esterocettivi), legata alla percezione della propria identità non possa che essere intimamente legata alla percezione che si ha dell’identità altrui. Anzi, cambiando decisamente l’ottica dell’Oracolo di Delfi, piuttosto che un “conosci te stesso”, dovremmo forse dire “conosci gli altri e conoscerai te stesso”.

 

(http://www.controcampus.it/2011/09/la-competenza-sociale/)

 

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università Campus Bio-medico di Roma e Docente a contratto di Psicologia generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Architettura. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. È presidente dell’Associazione Culturale Opera Omnia (www.associazioneoperaomnia.org), che si occupa di comunicazione culturale e scienze esoteriche. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. E’ membro del Dipartimento Medico-Legale ed opinionista del Movimento Uomo Nuovo di Napoli, presso il Centro di Pastorale Carceraria della Curia di Napoli. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

 

 

novembre 20, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Le emozioni sociali”

“Le emozioni sociali” 

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

Quando si raggiungono i due anni di vita circa e successivamente con la crescita e lo sviluppo del cervello, la mente assume una nuova prospettiva valutativa del reale, perché comincia a pensarsi in relazione agli altri individui. In particolare, proprio in questo periodo comincia a prendere forma in noi l’idea di quello che crediamo di essere, ossia l’identità, e a quale genere sessuale apparteniamo.

Inoltre, a poco a poco si fa strada, e con sempre maggiore consapevolezza, la capacità di costruire relazioni sociali nelle quali, oltre ai genitori e ad altri adulti, possono trovare spazio i coetanei e gli amici.

Ma l’aspetto forse più interessante di questa delicatissima fase del nostro sviluppo mentale è che in questo periodo iniziamo ad interiorizzare il concetto di “norma” con l’acquisizione contemporanea di “regole”, entrambe caratteristiche di una mente in grado di inserirsi sempre di più nelle dinamiche sociali, presenti e future.

Fino a qualche anno fa la stessa psicologia riteneva che l’ingresso del bambino nel mondo degli adulti, o anche nel gruppo dei pari, fosse una questione, sì complessa, ma comunque unidirezionale, che partiva dal bambino stesso per terminare nel gruppo, come se la funzione di quest’ultimo si limitasse solamente ad accogliere oppure rifiutare, alla pari di un semplice contenitore.
Oggi, invece, noi sappiamo che la chiave interpretativa per comprendere come e perché i bambini riescono ad obbedire alle regole degli adulti e dei pari è data dalla costante interazione fra questi due sistemi, in cui l’uno è il contenitore dell’altro.

Già H.R Scahffer sostiene, nel 1996, questa posizione sostituendo il vecchio termine di socializzazione con sviluppo sociale, con il quale si intende anche oggi il modo in cui ogni individuo, interagisce con gli altri, adottando schemi di comportamento, sentimenti, atteggiamenti e concetti frutto appunto di questa relazione.

L’aspetto fondamentale di questo lungo processo formativo, che termina, in effetti, con la fine della vita stessa, spesso oggi ancora trascurato, anche dal punto di vista pedagogico ed educativo, è l’importanza dell’affezione, del sentimento positivo o negativo che queste relazioni prevedono, in un certo senso direi persino esigono.

Quando incontriamo nella nostra vita adulti che non sono in grado di nominare le proprie emozioni (alessitimia) o sembrano persino incapaci di provarle (anaffettività) siamo di fronte a persone che dal terzo anno di vita in poi, periodo cruciale durante il quale nasce e si sviluppa la nostra identità, parallelamente allo sviluppo sociale generale, non hanno avuto esperienze affettive significative. Le relazioni affettive primarie e le emozioni che ne derivano, la capacità di comprendere i sentimenti altrui attraverso i propri pensieri sono presenti da questo periodo in poi in ogni individuo, e costituiscono la base della propria identità.

È infatti l’acquisizione dell’identità che ci rende capaci di gestire noi stessi credendo qualche cosa di preciso circa la nostra essenza, con la quale ci distinguiamo dal resto del mondo ma siamo in grado di rapportarci ad esso, costruendo un ponte affettivo che ci lega reciprocamente, come fossimo maglie di una stessa rete.

Ecco perché, dal mio punto di vista, chiederei a tutti noi una particolare attenzione quando ci troviamo a scegliere quello che crediamo sia meglio per noi nel futuro. Cerchiamo di scegliere con una mente che ama, ossia una mente che ponga al primo posto il significato affettivo e relazionale di qualsiasi novità e che, ovviamente, non alteri il nostro stato di coscienza quotidiana.

Cercheremo prossimamente di vedere come si sviluppa la comprensione di se stessi e degli altri, partendo proprio da questo periodo della nostra esistenza in vita.

 

(http://www.controcampus.it/2011/09/le-emozioni-sociali/)

 

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964 a La Spezia. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze, all’interno della quale è docente di Antropologia Culturale e della Mente. È docente dei Corsi di formazione per l’Assessorato alla Sanità della Regione Toscana ed è stato invitato al Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili) con sede a Milano. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. Svolge inoltre attività di ricerca in Biomusicologia presso i Laboratori di Antropologia dell’Università degli Studi di Firenze. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropologiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. Da questo anno, 2009, partecipa continuativamente a format televisivi, come Antropologo della mente, presso le emittenti televisivi di Canale10 di Firenze e Tele Genova. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, curatore delle rubriche Biomusicologia e Psicologia e Musica, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

novembre 17, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | 2 commenti

Alessandro Bertirotti: “Ecco perché siamo in una crisi antropologica”

“Ecco perché siamo in una crisi antropologica”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

Esiste una differenza fra morale ed etica, ma non ne parleremo in questa sede, anche perché ne abbiamo già diffusamente trattato altrove.
Quello che invece ci interessa affrontare qui è una riflessione sulla locuzione etica professionale, che assume un significato particolare, seppure comprenda elementi generali ed universali assimilabili al concetto di etica.

Con etica professionale ci vogliamo riferire ad una componente irrinunciabile delle professioni, proprio perché essa contribuisce a rafforzare il particolare contratto sociale che lega il professionista a tutti i suoi clienti.
In ogni relazione fra un cosiddetto esperto ed il cliente è presente uno squilibrio naturale, endogeno, a favore del professionista.

Questi detiene il potere, basandosi sulle competenze e sul prestigio connessi alla professione stessa e sulla consapevolezza che i clienti non hanno gli strumenti per valutare il servizio che lui stesso eroga. Si tratta di una vera e propria disuguaglianza antropologica, che si fonda sul divario esistente tra i tipi di conoscenze possedute dai due soggetti della relazione in atto e che si definisce asimmetria informativa.

Il cliente possiede un unico modo per riequilibrare la relazione sociale: una valutazione etica della relazione, grazie alla quale egli analizza e giudica il rapporto fiduciario con l’esperto. Infatti, si tratta di una relazione che implica una responsabilità fiduciaria che il professionista ha nei confronti del cliente, e che in un certo senso lo obbliga ad agire nell’interesse di quest’ultimo, secondo modalità approvate culturalmente.

Siamo così giunti ad una prima definizione di etica professionale, che è quel particolare insieme di norme codificate che impongono al professionista di utilizzare tutte le sue competenze specifiche nell’interesse del suo cliente, e di tutti i soggetti sociali che possono essere coinvolti dagli effetti dei servizi che il professionista eroga.

È chiaro che questa caratteristica è applicabile a tutte le relazioni umane, sia a quelle tra due individui singoli, tra due gruppi, sia quelle tra un gruppo e i singoli membri dello stesso gruppo o di un gruppo diverso. In breve, l’etica professionale riguarda tutte le forme di lavoro, nelle loro diverse organizzazioni sociali.

Avremo in questo modo un’etica professionale della politica, dell’imprenditoria, della sanità, dell’economia, dell’Università, e così via, perché tutti questi elementi sono parte di un sistema culturale allargato e condiviso da tutte le persone che vivono al suo interno.

Se tutto questo è vero, appare chiaramente come tutti i valori guida eticamente fondati di un gruppo e di una cultura rappresentino una fonte di legittimazione all’esterno e, all’interno, una fonte di identificazione per gli stessi soggetti di una qualsiasi impresa.

Cosa diventa dunque importante per una qualsiasi impresa, così come per ogni singolo individuo?

Diventa fondamentale costruirsi un’immagine forte, ossia basata sui tratti specifici della sua identità e sui suoi valori etici, distintivi da un lato e culturali, perché condivisibili, dall’altro. E sono proprio questi ultimi che attivano un sentimento di coappartenenza, anche quando non si fa parte dell’impresa stessa.

In sostanza, se io, singolo individuo, so che un’impresa che produce pomodori pelati segue principi etici che la rendono distintiva ed encomiabile, ne partecipo, come cliente, la visione etica della professione comprandone i prodotti e dicendo di essa ogni bene possibile. E se si tratta veramente di visione etica condivisibile, essa conduce a precise finalizzazioni che guidano ed ispirano le persone che fanno parte dell’impresa ed i clienti, rimanendo entrambi fedeli ai contenuti etici dell’impresa stessa.

Tutte le persone hanno, infatti, un bisogno insopprimibile di appartenere a qualcosa di cui essere orgogliosi; hanno bisogno di valori etici guida, e di uno scopo che dia valore al loro lavoro e alla loro vita.

Identità singolari e valori condivisi devono, però, trasparire in tutte le relazioni che l’impresa stabilisce con i suoi pubblici esterni, per massimizzare il valore e l’efficacia delle sue attività e iniziative.

Ecco perché per una qualsiasi impresa, persona, istituzione politica e classe dirigente, adottare comportamenti etici significa indirizzare il proprio modo di agire e di pensare verso la solidarietà, abbandonando il modello dominante di tipo contrattualistico, presente nelle relazioni esterne, e quello di tipo conflittualistico, tipico di quelle interne.

Ecco spiegato perché oggi siamo in crisi valoriale ed istituzionale: perché l’introduzione dell’etica in azienda (di qualsiasi tipo) comporta l’inserimento di alcuni valori importanti quali l’equità, la correttezza, la giustizia, la trasparenza e la lealtà nelle relazioni interne ed extraziendali.

Quando questo non avviene, e oggi ne abbiamo esempi quotidiani, sia in Italia che altrove nel mondo, i comportamenti scorretti possono generare costi elevati, e le persone che sono immorali si espongono a rischi esistenziali, finanziari e legali per salvare la loro reputazione.

Quindi il rispetto di standard etici socialmente riconosciuti genera le basi per costruire una buona reputazione e per creare prodotti e servizi di buona qualità.

Ecco perché oggi quasi tutto il mondo è in crisi aperta… una crisi etica che richiede un reset, e, prima o poi, secondo formule ancora poco conosciute o tradizionali, questo avverrà, per necessità evolutiva.

 

(http://www.controcampus.it/2011/07/ecco-perche-siamo-in-una-crisi-antropologica-di-alessandro-bertirotti/)

Biografia

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964 a La Spezia. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze, all’interno della quale è docente di Antropologia Culturale e della Mente. È docente dei Corsi di formazione per l’Assessorato alla Sanità della Regione Toscana ed è stato invitato al Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili) con sede a Milano. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. Svolge inoltre attività di ricerca in Biomusicologia presso i Laboratori di Antropologia dell’Università degli Studi di Firenze. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropologiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. Da questo anno, 2009, partecipa continuativamente a format televisivi, come Antropologo della mente, presso le emittenti televisivi di Canale10 di Firenze e Tele Genova. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, curatore delle rubriche Biomusicologia e Psicologia e Musica, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net/“.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

novembre 14, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “Formare cosa?”

“Formare cosa?”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

La formazione: ecco la parola chiave nell’Occidente di questa era.
Tutti siamo d’accordo. Lo studio continuo, il perfezionamento delle proprie competenze, abilità e capacità sono necessari e indispensabili per ottenere o migliorare la posizione lavorativa, sociale, economica e, in una parola, esistenziale.

Esistono fondi europei, regionali, provinciali e comunali, che finanziano, almeno in parte, l’esigenza di stare al passo con i tempi dell’innovazione tecnologica, che è troppo veloce rispetto alla capacità che la nostra mente possiede nell’adattarsi a queste novità.

E così le aziende investono in corsi d’aggiornamento per i propri dipendenti: corsi sulla sicurezza, sulla qualità, sulla socializzazione per chi deve lavorare in team, e cosi via.

L’università ha recepito velocemente questa esigenza e sono nati nuovi Corsi di laurea secondo la stesse prospettive: “Scienze della Formazione”, “Scienze dell’Educazione” e la disciplina che una volta si chiamava “Psicologia evolutiva” è diventata oggi “Psicologia dello sviluppo”.

Il filosofo bulgaro Omraam Mikhaël Aïvanhov ci ricorda però che esiste un tipo di formazione alla quale la scienza non si dedica. Tale formazione, anche se è espressione parziale di un generale e tipico patrimonio umano, è comunemente definita filosofia.

Nella prospettiva dell’Antropologia della mente, la filosofia nasce in concomitanza allo sviluppo della coscienza, ancorché nelle sua forma primigenia, e svolge il ruolo evolutivo di ammaestrare la parte invisibile del proprio ragionare, ossia le motivazioni, i desideri e i bisogni interiori di ogni persona.

Ecco perché una scienza che non sia perfettamente in sintonia con la filosofia produce uomini e scienziati che continuano a credere che esista una differenza fra ciò che si può dimostrare e ciò che dimostrabile non è.

E sono spesso talmente convinti di questa differenza da credere che per diventare ed essere degli scienziati si abbia bisogno di maestri, insegnanti e professori, mentre non sia necessario avere qualcuno che ci guidi quando dobbiamo crescere nella nostre oscurità profonde, quelle ad inferas, per le quali Dante decise di intraprendere il viaggio iniziatico della comedia umana.

Perché crediamo che per imparare la scienza si debba andare a scuola, mentre per imparare a conoscere la parte nascosta di noi, quella più importante e vulnerabile alcune volte definita persino anima o psiche, non sia necessaria la presenza di un Maestro?

Se le nostre competenze lavorative meritano aggiornamento e perfezionamento, a maggior ragione li merita la nostra mente.
Coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare maestri degni del nome, penso siano decisamente avvantaggiati rispetto ad altri individui meno fortunati, anche se la figura di un Maestro non sostituisce lo studio e l’applicazione degli insegnamenti ricevuti nella vita individuale.

In effetti, ogni Maestro può fornire chiavi interpretative, suggerimenti, qualche spunto da cui partire, ma il percorso che andrò a scegliere resterà pur sempre specifico e tipico del mio pensare ed essere.

Vi sono Maestri che si collocano diversamente nel tempo, perché alcuni sono coevi mentre altri si situano nel passato. Bene, entrambi i tipi sono indispensabili, perché permettono a ciascun individuo di confrontare gli insegnamenti coevi con quelli di coloro che ci hanno preceduto nel tempo, con l’aggiunta, per noi venuti dopo, di permetterci una valutazione migliore perché frutto del senno del poi.

Tutte le persone possono essere tanto allievi quanto maestri al tempo stesso, in base ai contenuti di eternità che rie-scono ad esprimere nella loro vita quotidiana. Per essere dei maestri occorre oltrepassare il locale, il particolare, lo specifico e la fattispecie, per entrare nell’universalità esistenziale di tutte le cose che sono, furono e tendono ad essere in futuro.

Ecco perché ogni persona può essere nelle condizioni di insegnare sempre qualcosa a qualcuno, perché tale insegnamento dipende da quanto egli riesce ad universalizzare della sua vita privata oppure della sua singolarità.

E vi sono situazioni esistenziali in cui questo ci riesce bene ed altre volte meno bene, come è giusto e normale che sia. Ma quello che conta, nel processo storico ed evolutivo utile all’intera specie, è che il tentativo sia comunque continuo, anche se non costante, tenendo presente che per essere costanti è necessario che la mente proceda per obiettivi raggiungibili nell’arco di tempi determinati.

È vero che può sembrare una forzatura darsi scadenze ed imporsi dei metodi di studio in ambito di crescita interiore. In realtà, non lo è affatto. Fissare una sera alla settimana, magari con un gruppo di amici, per schematizzare i punti e gli argomenti da affrontare di volta in volta è un accorgimento che aiuta a prendere l’impegno verso la parte interiore di se stessi seriamente, al pari di un corso di inglese oppure di una partita di calcetto.

Rispettare un impegno con se stessi, attraverso un contatto con la propria coscienza, non solo è un modo di formalizzare, ossia dare una forma, a quella cosa che spesso chiamiamo spiritualità senza sapere bene a cosa ci riferiamo, ma è soprattutto un prezioso regalo che facciamo a noi stessi.

È come se imparassimo, giorno dopo giorno, a dare la giusta importanza ai nostri pensieri, alle nostre valutazioni sul mondo.
Purtroppo molto spesso si tende invece ad avvicinarsi alla propria coscienza solo quando siamo incuriositi da qualche titolo mistico in libreria e senza la reale intenzione di intraprendere un cammino vero e proprio, ci si accontenta di piluccare da una fonte all’altra, senza in effetti approfondire nulla.

Abbiamo paura di ottenere un reale cambiamento nella nostra vita, accontentandoci di possedere, nella migliore delle ipotesi, qualche dato nozionistico isolato. Tutto questo sembra un peccato, perché anche la curiosità verso tali tematiche dovrebbe sfociare in un impegno serio, con un metodo che comprenda un periodo di tempo relativamente ampio.

Penso che prendere coscienza che sono poche le situazioni in cui effettivamente ci mettiamo di fronte alla nostra stessa coscienza sia utile anche per risolvere, una volta per tutte, la questione del rapporto tra teoria e pratica. La prima non precede la seconda, ma anzi, se proprio dobbiamo stabilire una priorità, può essere solo il contrario. E nella realtà sono invece in una tale e stretta relazione che la prima ha senso solo in presenza della seconda e viceversa.

La teoria e la pratica si possono incontrare, come di fatto avviene nella quotidianità, coscientemente solo quando si tengano presenti le proprie esigenze individuali e si elabori un programma ad hoc, il più possibile equilibrato, per tradurle in vita quotidiana.

La lettura è di sicuro, come si è detto sopra, molto importante, forse anche indispensabile, ma non può diventare l’unica fonte di studio, altrimenti la separazione tra teoria e pratica diventa un espediente psicologico per non cambiare nulla di se stessi e non apportare i mutamenti necessari alle nostre vecchie abitudini.

La mente, nella sua funzionalità cosciente e/o inconscia, non si nutre solo di nozioni, dati, periodi sintattici e grammaticali complessi, ma (mentre) può trarre grandi benefici dalle parole che ascoltiamo da qualche Maestro vivente, da qualche situazione esistenziale che ci viene raccontata dal cinema oppure durante una conversazione al bar.

Tutte le occasioni sono utili, e quando mancano è come se venisse meno l’ossigeno alla nostra mente, la quale costantemente ricerca il confronto e la consolazione di fronte alle proprie convinzioni nelle idee e prospettive delle altre menti.

La nostra mente è sostanzialmente frutto di relazioni, come sostiene Daniel Siegel nel suo La mente relazionale (Siegel D., 2001).
Vi è poi un rischio da non sottovalutare quando tendiamo a preferire la lettura in modo esclusivo rispetto ad altre forme di apprendimento: è quello di sovraccaricare la propria mente di lavoro ulteriore dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro in cui siamo ricorsi in modo predominante alla lettura.

Per bilanciare la situazione, in questo caso, la meditazione, oppure la riflessione di fronte ad un tramonto, un quadro oppure nell’ascolto della musica, facendo silenzio fuori e dentro se stessi, può essere un momento di grande utilità per riflettere, fermarsi e pensare ai valori della propria esistenza.

Vi sono anche altre possibilità, come l’abitudine a tenere un diario nel quale appuntare i propri pensieri e considerazioni rispetto ad alcuni eventi significativi della giornata, perché si tratta di educarsi all’auto-osservazione, cercando di allontanare da sé tutto lo stress che la velocità del tempo impone ai nostri ritmi professionali.

Tutto può servire allo scopo, anche indossare abiti puliti e profumati appena entriamo in casa e ci togliamo di dosso i vestiti “professionali” per indossare quelli più comodi e familiari, in quell’ambiente che è per definizione accogliente come è la nostra casa.

Si dovrebbe persino avere l’accortezza di utilizzare una stanza pulita e ordinata, sorseggiare una tisana e mettere a punto tutti quegli accorgimenti che rendano l’appuntamento settimanale con noi stessi, la nostra coscienza, una autentica gratificazione.

Di grande aiuto è ovviamente la musica e sono molti i generi musicali che si addicono alla riflessione e meditazione. Ciascuno può trovare brani adatti secondo il proprio gusto. Personalmente prediligo la musica classica, ma vi sono partiture di opere liriche, canti indiani, suoni della natura e campane tibetane, tra cui scegliere.

Conoscere se stessi è riflettere su se stessi e nella società in cui viviamo non è cosa di poco conto.

 

(http://www.controcampus.it/2011/06/formare-cosa-di-alessandro-bertirotti/)

Bibliografia

-* Siegel D.J., 1999, The Developing Mind, Guilford Press Inc., trad. it. 2001, La Mente Relazionale. Neurobiologia dell’Esperienza Interpersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964 a La Spezia. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze, all’interno della quale è docente di Antropologia Culturale e della Mente. È docente dei Corsi di formazione per l’Assessorato alla Sanità della Regione Toscana ed è stato invitato al Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili) con sede a Milano. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. Svolge inoltre attività di ricerca in Biomusicologia presso i Laboratori di Antropologia dell’Università degli Studi di Firenze. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropologiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. Da questo anno, 2009, partecipa continuativamente a format televisivi, come Antropologo della mente, presso le emittenti televisivi di Canale10 di Firenze e Tele Genova. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, curatore delle rubriche Biomusicologia e Psicologia e Musica, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line www.neuroscienze.net“.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

novembre 5, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , | Lascia un commento

Alessandro Bertirotti: “La visione del mondo”

“La visione del mondo”

di Alessandro Bertirotti*

dalla Rubrica “Il professionista” Controcampus.it

 

La maggior parte di ciò che gli animali compiono e conoscono è il frutto di una trasmissione genetica. Per esempio, una zebra sa istintivamente fuggire all’odore di una leonessa. Diversamente accade per gli esseri umani, perché essi sono psicologicamente e cognitivamente incompleti alla nascita e le informazioni genetiche umane non forniscono informazioni sufficienti alla sopravvivenza senza una adeguata esperienza.

Ciò significa che gli uomini devono, in qualche modo e misura, imparare a vivere, ossia ad amare e conoscere (Bertirotti A., 2011). E l’apprendimento negli uomini è il risultato di “(…) un processo sociale di interazione e socializzazione attraverso cui si trasmette la cultura” (Griswold W., 1997:36-37).

In effetti, la cultura è il complesso delle interazioni umane con cui si trasmettono modelli di comportamento e di significato. Con essa si attribuiscono orientamenti alle azioni, ci si protegge dal caos e si dirige il comportamento verso determinate linee di condotta, allontanandosi da altre.

In essa convivono fattori politici ed economici, istituzioni, simboli, atteggiamenti condivisi, mentalità che rappresentano e orientano le relazioni umane e ambientali. In un termine solo, la cultura è espressione della Weltanshauung di una comunità o di un popolo.

La Weltanshauung (dal tedesco welt, “mondo”, ashauung, “visione”), talvolta alternata con Weltansicht, denota l’ampia visione mentale che una singola mente e un gruppo di menti possono avere delle cose del mondo, con l’intento di tenerle unite fra loro come fossero un tutto unico.

Parlare, per esempio, di una visione cristiana del mondo, è dire che il Cristianesimo possiede una propria visione di Dio, una propria visione dell’uomo e del peccato, una sua visione della redenzione, del progetto di Dio nella creazione e nella storia, una sua visione del destino umano: tutto ciò è costitutivo di una Weltanshauung o della cristiana visione del mondo.

Ad ogni Weltanshauung è legata l’acquisizione di valori, simboli, rituali, materiali e lessico trasmessi attraverso un linguaggio tipico che tutti gli appartenenti al gruppo che possiede tale visione, comprendono. Nel condividere una determinata visione del mondo, gli individui sviluppano un senso di appartenenza, perché ricevono sostegno, sicurezza e si gratificano con l’approvazione comune: essi “vengono assimilati in un noi che li supera e li protegge” (Perrotta R., 1988:31).

Ogni sistema strutturato religioso o filosofico presenta una specifica Weltanshauung, e la forma primigenia la si incontra nello sforzo esplicativo presente nelle cosmogonie (teorie sull’origine e sviluppo del cosmo) e nelle teogenesi (teorie sulla presenza e sviluppo di dio).

Il pensiero filosofico umano, sia esso Occidentale che Orientale, è caratterizzato dalla presenza costante di risposte alla domanda essenziale che l’umanità pone al Cosmo, ossia del “perché esso si è costituito e formato come tale, secondo quali leggi”.

Ecco che si fa così ricorso a ciò che è possibile sperimentare giornalmente e che è (sia) assimilabile alla nostra idea di vita e vitalità: acqua, aria, fuoco, caldo, umido, numeri, calcoli, geometrie, e cosi via. In questo modo, il fulmine non è più considerato l’arma di Zeus, forgiata per lui dai Ciclopi, ma l’effetto del vento che esce a forza da una nube; i tuoni non sono più la voce tonante di Giove, ma “il fragore della nube che si lacera” (Anassimandro, VI sec. A.C.).

Lucrezio, nel suo celebre De Rerum Natura, propone “Nam tibi de summa caeli ratione deumque/disserere incipiam et rerum primordia pandam,/ unde omnis natura creet res, auctet alatque,/ quove aedem rursum natura resolvat (…) ” (Lucrezio, I sec. a. C., Libro I, vv:54-57).

Immanuel Kant introduce l’idea della Weltanshauung nel pensiero moderno, assegnando alla Weltbegriff (il concetto del mondo) la funzione di connettere sistematicamente tutte le nostre esperienze in un’unità (Weltganz).

Anche Auguste Comte, padre del positivismo e della Sociologia, ritiene che sotto e al di là di tutti i dettagli nelle nostre idee circa le cose, vi sia un certo esprit d’ensemble, una concezione generale del mondo esterno e del mondo interno, nel quale i dettagli della nostra vita si raccolgono sotto un unico cielo.

I gruppi umani dunque condividono e difendono come vere, immutabili e necessarie le proprie visioni del mondo, anche se l’Antropologia della mente evidenzia invece che le verità immanenti sono sempre molte e tendono ad essere diverse, addirittura opposte, in contesti differenti.

Secondo una interpretazione empiristica della cognizione umana, ossia del modo attraverso cui conosciamo la realtà, noi tutti vediamo e crediamo ciò che siamo stati abituati a vedere e a credere, confondendo tali visioni con qualcosa di autentico.

Le cose viste, conosciute, credute ed analizzate diventano così prive di quell’oggettività che invece si vuole riconoscere loro. La realtà, come sottolineano Berger e Luckmann, è però il risultato di un costruzione sociale e si attribuiscono a questa realtà significati diversi a seconda dei nostri modi di vedere, pensare, sentire, e così via.

In sostanza, è la visione del mondo che ci induce a ragionare sulla realtà e a risolvere i problemi, appunto secondo i criteri della visione stessa.
Si prenda ad esempio la morte infantile. Negli USA, dove la mortalità infantile è decisamente bassa, la morte di un bimbo è tragica ed orrenda.

Nelle favelas di San Paolo del Brasile, dove regnano estrema violenza e povertà, i bambini sono considerati esseri umani potenziali, non propriamente reali e la loro morte è un evento quasi di routine. Le madri reagiscono alla morte dei figli con fatalismo e una quasi totale assenza di emozioni, come mi dissero alcuni colleghi psicologi nel 2009 durante un congresso dedicato alla Pedagogia e Psicologia in America Latina, tenutosi vicino a Città del Mexico.

“La morte di un bimbo non significa «uno dei nostri figli è morto» ma «una creatura che non era destinata a vivere(…) se n’è andata. Egli era un angelo, non un umano ed è tornato in cielo»” (Griswold W., 1997:119).

Consideriamo ora un atteggiamento di tipo ordinario, rispetto a quello della morte infantile, ossia quello verso l’abbigliamento. Al nostro modo di vestire è attribuito un insieme di valori, significati e visioni del mondo. Una ragazza che a Caltanissetta indossa una minigonna comunica di essere troppo disinibita, mentre la stessa ragazza con la stessa minigonna a Milano comunica disinibizione, autostima ed anche “intelligenza”.

L’abbigliamento parla e presentarsi la mattina in ufficio con una regolare cravatta regimental è diverso che indossare una cravatta psichedelica. Ecco come la moda si basa su codici e convenzioni, molti dei quali sono rigorosi, intoccabili, difesi da sistemi di sanzioni e incentivi, e venir meno alle regole dell’etichetta vuol dire attirarsi l’ironia, il ridicolo, ma qualche volta può comunicare il proprio coraggio e successo.

In sostanza, la visione del mondo che ogni cultura esprime è rinvenibile in tutte le azioni quotidiane e straordinarie che quel gruppo umano mette in scena, sotto le più disparate forme di creatività e mantenimento della tradizione.

Ecco perché, di fronte alle novità e alla storia presenti in ogni gruppo umano, l’antropologia della mente cerca di comprendere quale relazione esista fra la mente singolare e la mente plurale, tra l’individualità della persona e l’individualità della società, nella quale ogni individuo si rappresenta.

Certo, senza società e cultura la nostra specie non potrebbe essere quello che è, non potrebbe in definitiva esprimere la propria visione del mondo e questo significa che ogni individuo esiste e si rigenera solo nel rapporto costante con gli altri esseri viventi e nella solitudine si può avere solo una visione del mondo mortifera.

 

 (http://www.controcampus.it/2011/06/la-visione-del-mondo-di-alessandro-bertirotti/)

*Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’Università Campus Bio-medico di Roma e Docente a contratto di Psicologia generale presso l’Università di Genova, Facoltà di Architettura. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. È presidente dell’Associazione Culturale Opera Omnia (www.associazioneoperaomnia.org), che si occupa di comunicazione culturale e scienze esoteriche. Fa parte di Comitato Scientifico del Centro Studi Internazionale Arkegos di Roma. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. E’ membro del Dipartimento Medico-Legale ed opinionista del Movimento Uomo Nuovo di Napoli, presso il Centro di Pastorale Carceraria della Curia di Napoli. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net.

Il suo sito è http://www.bertirotti.com/

ottobre 26, 2012 Posted by | alessandro bertirotti | , , , , | Lascia un commento