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Le Lune_dì Stefano Torossi, il Cavalier Serpente: “L’ISPETTORE CLOUSEAU E IL FORTEPIANO”

Giovedì 21 marzo. Presentazione del progetto “Suona francese”. In via eccezionale, siamo tutti invitati a Palazzo Farnese. Che è un bel posticino. Un cielo/terra di circa dodicimila metri quadri, senza contare cantine, soffitte e giardino, nel centro di Roma, messo su da Sangallo, Michelangelo, & altri bravi artigiani, con affreschi, stucchi e marmi di buon livello. Insomma una cosina di lusso. E’ dello stato italiano ma in affitto all’ambasciata di Francia (simbolico; pare si tratti di un euro l’anno), che ci ha radunati per raccontarci il programma di questa loro iniziativa, una serie di più di cento eventi, da aprile a luglio in varie città d’Italia. Un bel fatto, soprattutto in questo periodo di catalessi.

Discorsi dell’ambasciatore e di altri funzionari, i quali, e non ce n’è uno che si salva, parlano tutti come l’ispettore Clouseau. Forse non bisognerebbe tanto prendere in giro gli stranieri che pronunciano male l’italiano, perché anche noi, quando andiamo all’estero…però questi sono personalità, studiosi, addetti culturali. Insomma, un po’ di sforzo e un livello leggermente più accurato ce lo potremmo aspettare. Niente.

Finita la “conferansa stompa”, ci è stata imposta un’esibizione, per fortuna breve, del gruppo i Tetes de bois in omaggio a Leo Ferrè, nel più puro e noioso stile cantautorale anni settanta: intenso, intellettuale e soprattutto molto superato. Naturalmente, come usava allora, nessuna concessione alla musica che dev’essere solo una dimessa filastrocca al servizio di un testo di solito presuntuosamente sociale o narcisisticamente personale. Così è stato.

Poi un rinfreschino davvero striminzito; ma finalmente abbiamo potuto gironzolare per sale e saloni e uscire sulla grande terrazza che si affaccia sul Tevere. Una meraviglia.

 

Venerdì 22. Dopo l’Angelica della settimana scorsa, ci facciamo un’altra biblioteca storica, la Casanatense, ennesimo luogo di miracolosa bellezza (si tratta sempre di istituzioni legate alla Chiesa, che qualche merito in difesa della cultura, in passato ce l’ha avuto). Siamo qui per la presentazione di un interessante libro dell’amico A.G. Perugini sul musicista Bernardo Pasquini, seguita dall’esecuzione di qualche aria inedita dello stesso, trascritta da manoscritti ripescati negli sprofondi di rinascimentali archivi cardinalizi o papali.

E’ curioso pensare, ora che stiamo tanto a combattere per il diritto d’autore e la sua tutela messa in pericolo da Internet, che a quei tempi, non solo questo diritto non esisteva, ma neanche se lo sognavano. L’artista, pittore, scultore o compositore era al servizio del principe, anzi, in un certo senso era di sua proprietà; la sua opera entrava nel patrimonio del potente che l’aveva pagata e che poteva farne quello che voleva: eseguirla nei suoi saloni, seppellirla in cantina, regalarla. E l’autore, zitto, o legnate sul groppone.

Certo, alcuni di loro, fra regali e mance diventavano ricchi. Ma le vere rockstar del periodo erano altri. Viaggiavano su carrozze di gran lusso, erano ospitati, riveriti, corteggiati da conti e duchesse. Le loro esibizioni facevano il pieno, e si permettevano di tagliare o allungare gli spettacoli per inserirci virtuosismi e bis a loro capriccio. Certo, per tutto questo avevano rinunciato a qualcosa di piuttosto prezioso. Erano i castrati.

Per tornare a Pasquini, le sue arie, detto fra noi, piuttosto insignificanti (infatti, il buon Pasquini non è che sia diventato una celebrità. Forse allora era famoso, ma certo non è entrato nella storia) ce le ha cantata una brava soprano accompagnata dall’insipido fortepiano.

Ci permettiamo di chiamare così un attrezzo di passaggio, suono un po’ fesso e voce monotona, per fortuna durato pochissimo, nell’intervallo fra il decesso del clavicembalo e la nascita del pianoforte. Non ha più il fascino un po’ noioso e poco espressivo, ma indiscutibilmente elegante, del vecchio clavicembalo, e purtroppo non ha ancora neanche lontanamente la potenza e la infinita espressività del giovane pianoforte. Insomma, un muletto della musica, un ibrido da dimenticare.

O meglio, da saltarci in groppa per farci trasbordare dalla fine di un periodo tecnico-artistico all’inizio di un altro.

 

 

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog.

Per andare a visitarlo basta un click su questo link:  http://blog.libero.it/torossi

 

 

 

 

 

marzo 25, 2013 Posted by | le lune_dì stefano torossi, il cavalier serpente | , | Lascia un commento